Tutti a teatro per giocare a Scupa!

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carte scupaE se le carte siciliane prendessero la parola e raccontassero accoratamente le loro origini, il loro vissuto, le sofferenze che affliggono le loro anime? E se i loro racconti divenissero intensa parodia, celata ed aperta denuncia della società in cui viviamo?

Il risultato sarebbe “SCUPA!”, dal 17 al 19 luglio presso il Cortile Platamone di Catania. La commedia è divisa in due atti con la regia impeccabile di Guglielmo Ferro, le scene di Giusi Gizzo, coreografie di Giusi Santagati e la produzione di GESTI. Partecipa all’allestimento l’equipe tecnica del Teatro Stabile di Catania con Franco Buzzanca nelle vesti di direttore degli allestimenti. Gli accompagnamenti musicali sono affidati agli strumenti e alla calda voce dei Lautari che inebriano l’atmosfera con le toccanti note scaturite dagli strumenti tipici siciliani come il mandolino ed il marranzano. La bellezza di questo “esperimento” esemplarmente riuscito è quello di creare una sorta di sfida tra le varie carte da gioco al termine della quale non usciranno né vincitori né vinti. L’idea è del regista Ferro e di Angelo Scandurra; segue un percorso drammaturgico ed artistico che racconta un pezzo della cultura e dei modi di dire della “Trinacria”. Le carte a prendere la parola, per ovvie esigenze tempistiche teatrali, sono:

  • il Dieci di Spade testo di Giuseppe Bonaviri;

  • il Due di Coppe di Andrea Camilleri;

  • Settebello di Ottavio Cappellani;

  • Due di Spade Emilio Isgrò;

  • Cavalli di Micaela Miano, moglie di Guglielmo;

  • Tre d’oro di Angelo Scandurra,

  • Donna d’oro di Gabriella Vergari;

  • Donna di Bastone della “cantantessa” Carmen Consoli.

Apre lo spettacolo il seme dell’oro nella persona di Davide Giuffrida che rappresenta il Settebello, bello ed impossibile, corteggiato dalle carte “minori” dello stesso seme: Marta Blandini, Evelyn Famà, Eleonora Li Puma ed Yvonne Guglielmino. Dopo un’estenuante lotta verbale delle donne per incoraggiare la scelta dell’una a scapito dell’altra, il Settebello sviene tra le sommesse risate del pubblico. Il trucco degli attori è curatissimo. I costumi elegantissimi ed attinenti ai singoli personaggi. Evidenziamo l’abito della Donna d’oro a firma Marella Ferrera non perché sia il più bello ma perché porta il vanto di una griffe orgogliosamente nostrana.

Il Re di Spade è interpretato da Pasquale Platania in arte Lino De Motta, di Motta S. Anastasia in provincia di Catania. L’attore, nonostante la sua “brutale malattia” che ne ha limitato la normale deambulazione, si muove e recita il monologo di Bonaviri con una maestria commovente, con una intensità di voce e mimica poeticamente magica: la carta, esposta come gigantografia davanti a sé (come saranno esposte tutte le altre carte), rappresenta un re che reca una spada puntandola al cielo. Paradossalmente, il sovrano ci apre il suo cuore parlandoci della personale volontà di lottare per la pace, per la fede in Dio, di voler esaltare sentimenti come l’amicizia, la fratellanza, il rispetto dei valori ormai perduti. Da pubblico possiamo quasi percepire i battiti del suo cuore emozionato, possiamo ascoltare con ammirazione la voce rotta dal nodo in gola che non viene giù: la spada vorrebbe diventare un fiore profumato dal quale scaturisce il sentimento più importante, quello più nobile l’Amore.

Lo stesso Lino de Motta anima poi la carta del Due di Coppe a firma Camilleri. I suoi occhi sono più vivi nella rappresentazione del “reietto” della società, nel descriverci la vita da emarginato, da incompreso, da inetto. “ Vorrei sapere chi è quel cornuto che ha messo in giro la diceria che vale meno del due di coppe quando la briscola è a spade…o a mazze…o ad oro”. In questa frase sta tutta l’amarezza, tutta la rabbia del cittadino povero costretto a vivere di briciole cadute, di piccoli attimi di auto esaltazione: e quando la briscola è a coppe? Capita di vincere la partita: ed è il trionfo, la speranza che si riaccende.

Il Tre di oro è rappresentato con ritmi incalzanti da tre attori che si alternano in mini dialoghi: Agostino Zumbo, Rosario Minardi, Francesco Maria Attardi.

Una puzzle dei quattro cavalli viene integrato in un’unica carta. Esce in scena una vecchina con il suo telaio, interpretata dal bravissimo e coinvolgente Giovanni Rizzuti, marito di Francesca Ferro, che ci racconta la storia dei suoi quattro figli morti in guerra, in circostanze diverse l’uno dall’altro. La disperazione è sottolineata dal suo possente parlare marcatamente palermitano.

Il Due di Spade è Bruno Torrisi, agilissimo ed esile attore che fa anche da mediatore fra i quattro semi del gioco. E’ un due di spade il suo molto indeciso, non sa bene quale carta avrebbe preferito essere ma alla fine si accontenta del suo destino.

La Donna di bastoni è la bellissima Francesca Ferro, una donna che la nomea popolana vuole forte, coraggiosa, dissoluta ma che, attraverso la malinconica canzone della Consoli, ci confessa essere una donna dalla disarmante fragilità, innamorata del compagno, rassegnata alla facciata che la società le ha voluto prepotentemente cucire addosso. Francesca canta la canzone in playback, riteniamo abbia avuto i suoi buoni motivi per farlo.

Infine conosciamo la storia della Donna d’oro il cui volto è dato dalla bravissima Mariella Lo Giudice. La sua è stata una grande performance, unica perché intensa, trascinante, emozionante: nei secoli della storia la donna si reincarna nelle eroine mitologiche ed in quelle realmente esistite della storia siciliana.

E’ una grande prova di attrice che fa calare il silenzio ed alzare l’attenzione: nella ninna nanna alla propria figlia appena nata si realizza una donna. La maternità è il simbolo più forte della femminilità: nell’affidarla alla protezione della Vergine Maria si chiude lo spettacolo e si spengono le luci.

Ma è difficile che il ricordo di tanta profondità si spenga facilmente in noi.

L’immagine è tratta dal sito: www.tecnologyitalia.it

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