Simple Minds: Graffiti Soul

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simpleminds400Non sono in molti ad essere sopravvissuti agli anni ottanta , e chi vi è riuscito non sempre lo ha fatto in maniera indenne, perdendosi tra i meandri di logiche di mercato piuttosto discutibili o divenendo la parodia di sé stesso.

I Simple Minds appartengono a quell’epoca gloriosa, fatta di suoni elettronici, new wave e giubbini a vita stretta. Negli anni ottanta erano difatti tra i gruppi di punta della scena rock, tanto da sfidare i blasonatissimi U2 sul terreno dell’epicità e della simbiosi carismatica con il proprio pubblico per la conquista del titolo di migliore band da stadio del pianeta. Dopo un periodo creativamente e qualitativamente non eccelso,  coinciso con gli anni novanta, di recente hanno recuperato uno stato di forma dignitoso e rispettabile, come  testimoniano gli album “Cry” e “Black & White 0505”. Un recupero che, per uno strano gioco del destino, è coincidente al legame instaurato dal vocalist Jim Kerr con la città di Taormina, quasi che la ridente località siciliana abbia trasmesso alla band quel tocco di solarità ed energia che sembravano aver smarrito.

Il gruppo quest’anno festeggia trent’anni di carriera e, oltre che con un tour celebrativo, lo fa anche con un nuovo album dal titolo “Graffiti Soul”.  La possibilità di riunire la line-up originaria , più volte annunciata, è tuttavia sfumata a causa di alcuni antichi dissapori. L’attuale formazione, però, non è affatto disprezzabile e vede Jim Kerr e Charlie Burchill affiancati dallo storico batterista Mel Gaynor e dal nuovo ingresso, il bassista Eddie Duffy.
Come dichiarato da Jim Kerr, Graffiti Soul si presenta con l’intento ambizioso di rivitalizzare il classico sound che li ha caratterizzati con attuali sonorità mainstream, quasi a creare un ideale ponte tra passato e presente. Obiettivo non semplice, ma nemmeno utopistico.
In tutto nove brani, composti tra Glasgow, Roma, Taormina ed Anversa e registrati nei Rockfield Studios in Galles, la cui produzione come per il precedente album è affidata a Jez Coad.

Il singolo scelto per il lancio, “Rockets”, a dire il vero non ha brillato né trasmesso entusiasmo. Un buon pezzo pop, certo, costruito con furbizia tale da garantire il giusto appeal nell’airplay radiofonico, ma appartenente più al filone dell’autocitazione che a quello dell’innovazione. Una premessa che, sinceramente, ha fatto partire l’ascolto dell’album con qualche pregiudizio. E’ bastato porre il cd nel lettore, però, per ricredersi. L’apertura è per “Moscow underground”. Chiunque abbia amato la band di Glasgow, nel sentirlo farà un balzo di gioia, ovunque si trovi: ballerà sulla sedia, si stringerà le cuffie alle orecchie incredule, se in auto accelererà a tavoletta. Ritmi serrati, un basso che pulsa, effetti elettronici di grande impatto, la voce di Jim caldissima: sembra di essere tornati ai tempi di “Sparkle in the rain”. Il marchio distintivo dei Simple Minds, tastiere e chitarre, è presente come non mai e più di una volta colpisce nel segno come nella splendida “This is it”, in “Kiss & Fly” o “Graffiti Soul”, in cui rimettono in sesto le impalcature rock su cui edificarono lo storico album “Once upon a time”. Gradevoli anche“Ligh Travels” e “Stars will lead the way” (secondo singolo estratto), sebbene privi di originalità. Completano l’album “Blood Type O” e “Shadows & Light”. Pezzi poco incisivi e non all’altezza dei precedenti, che percorrono i sentieri già battuti nei poco convincenti anni novanta.

Come dettato ormai dalle regole di mercato, l’album esce anche in deluxe edition contenente un bonus cd dal titolo “In search of the lost boys”. Una raccolta di cover che spazia da Neil Young ai Massive Attack: nulla più che un sentito omaggio, piuttosto che la voglia di reinventare. Gradevole il packaging, privo di parti in plastica, in cui i due cd sono contenuti in una struttura di tipo pop-up.

Il “nuovo sogno dorato” sicuramente non tornerà più, così come la sperimentazione elettronica nel nome dei Kraftwek che segnò gli esordi o l’epicità che li fece grandi. Si tratta però del loro miglior album dal 1990 ad oggi. Il che non è poco, visti i tempi.
Il dubbio, semmai, è che certi passaggi e determinate sonorità potranno essere apprezzate solo da chi è già adepto del culto delle menti semplici. Difficile che convinca la MTV generation a passare la barricata. Il che è un peccato, perché i Simple Minds hanno ancora molto da dire. Molto più di tante effimere band pseudo rock, che non fanno altro che clonare ed imitare cliché abusati e logori.

Imperdibile si preannuncia il tour del trentennale, che toccherà l’Italia nel mese di luglio con tre tappe: Venezia (in cui si vocifera verrà eseguita l’intera scaletta di “New Gold Dream”), Palermo (con l’orchestra sinfonica siciliana) e, ovviamente, Taormina (nella splendida location del Teatro Antico). Chiunque ne abbia la possibilità ne approfitti.

L’album in una battuta: tonico

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Simple Minds – Graffiti Soul (Universal)

Tracklist:

01. Moscow Underground
02. Rockets
03. Stars Will Lead The Way
04. Light Travels
05. Kiss & Fly
06. Graffiti Soul
07. Blood Type O
08. This Is It
09.
Shadows & Light

In search of the lost boys (bonus cd):

01. Rockin’ In The Free World [Neil Young]
02. Song From Under The Floorboards [Magazine]
03. Christine [Siouxsie And The Banshees]
04. Get A Grip [The Stranglers]
05. Let The Day Begin [The Call]
06. Peace Love And Understanding [Nick Lowe]
07. Teardrop [Massive Attack]
08. Whiskey In The Jar [Traditional Irish Song]
09. Sloop John B [Traditional]

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