Grillo schiacciato dal PD

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BEPPE GRILLOL’aggettivo democratico dovrebbe evocare la forma più alta di esercizio del potere, demandandola direttamente al popolo. Eppure nella storia, non di rado, il termine è stato utilizzato per designare forme di stato del tutto prive di democrazia. Pensiamo all’ex Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca) o alla Corea del Nord (Repubblica Democratica di Corea). Casi in cui il teorema di Wilde “la maschera rivela la persona” non solo trova conferma, ma assume connotati al limite del grottesco.

Il fatto che in Italia il maggior partito di opposizione si chiami, per l’appunto, Democratico lascia degli spiragli aperti a singolari paragoni e a sospetti che alimentano ipotesi poco lusinghiere.
Lo si è visto in questi ultimi giorni con la candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del partito. I più benevoli l’hanno bollata come provocazione, derubricandola a facezia degna di un giullare, quale Grillo è. L’atteggiamento principale, però, è stato di rifiuto ed ostilità,tanto da concretizzarsi in un vero e proprio ostracismo nei confronti del comico ligure. Le dichiarazioni dei vertici di partito peraltro sono inequivocabili. “Uno che ha sputato veleno sul partito fin dalla sua nascita non può candidarsi a guidarlo” (Giovanna Melandri). “Un partito non è un taxi, dove si paga la corsa e si scende, ma è una cosa seria” (Piero Fassino).

La vicenda è nota. Grillo prova ad iscriversi ad Arzachena, in Sardegna, ma la sua richiesta viene respinta poiché, a norma di statuto, non residente in tale Comune. Statuto che viene invocato più di una volta (non si può iscrivere chi sia già iscritto ad altri partiti, e Grillo è stato promotore di liste in concorrenza col Pd; la candidatura alla segreteria impone l’iscrizione al momento in cui la direzione convoca il congresso, ovvero lo scorso 26 giugno, quando Grillo non era iscritto), tanto da essere respinto anche dal circolo di Nervi ove è residente. Il commento di Grillo è tanto severo quanto ironico: “mi hanno lanciato una fatwa”.
La telenovela giunge ad una svolta il 17 luglio, quando Grillo diviene il tesserato n. 40 del circolo Martin Luther King di Paternopoli, grazie all’autorizzazione del segretario del circolo locale, Andrea Forgione, che ha voluto lanciare una provocazione ai vertici del PD, contravvenendo alle indicazioni della commissione nazionale di garanzia. Ma è solo un’illusione.
Il 21 luglio Vanda Grassi, presidente della Commissione Provinciale di garanzia del PD di Avellino, respinge la richiesta di iscrizione del “signor Grillo Giuseppe”. Ogni velleità di candidatura si infrange sugli scogli del diktat.

Il commento del diretto interessato, dalle pagine del blog, è lapidario: “Il PDmenoelle ha annullato anche la mia iscrizione di Paternopoli. Non ho quindi la possibilità di candidarmi a segretario”. Per Forgione “Hanno vinto gli ayatollah di Roma e i loro mullah sul territorio”.

Verrebbe da dire che chi di “vaffa” colpisce di “vaffa” perisce. Ma la realtà è ben più complessa di una banale ed ovvia battuta.

Si è detto molto sulla candidatura di Grillo. Si è arrivati anche a sospettare che a tirare le fila del gioco, quale mandante occulto, vi fosse Antonio Di Pietro, pronto ad utilizzare Grillo quale cavallo di Troia. Un’ipotesi che vedrebbe nel no a Grillo, l’intento di limitare il crescente potere di Di Pietro in seno all’alleanza di centrosinistra. Tuttavia, se si pensa che l’ostruzionismo al comico ligure possa contenere il consenso all’IDV non solo è pura illusione, ma otterrebbe proprio il risultato di distogliere voti dal PD e convogliarli tra le braccia accoglienti dell’ex magistrato.

Nessuno può negare che Grillo sia stato durissimo contro il PD, ma rifiutandone l’iscrizione il partito ha perso una grande occasione. Quella di mostrarsi come movimento aperto a tutti, capace di dar voce e spazio a chiunque volesse parlare, di essere democratico. Invece, ha finito con il comportarsi alla stregua di quel PdL sulle cui metodologie di scelta dei candidati poco trasparenti e prive di democraticità si è puntato l’indice. In fin dei conti, tra l’editto bulgaro di Berlusconi e il veto del PD a Grillo la distanza che li separa non è poi così elevata: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
La realtà è che, probabilmente, si è temuto che il comico ligure potesse effettivamente scalare i vertici del partito. Del resto le primarie (nate come strumento pro forma per garantire la democratica benedizione da parte del popolo della sinistra ai candidati a Palazzo Chigi), non di rado si sono dimostrate un boomerang, soprattutto contro gli esponenti della nomenklatura dalemiana. Si vedano, ad esempio, i casi di Renzi in Toscana e Vendola in Puglia.
Tuttavia, se il PD vuole essere realmente alternativo al centrodestra, deve dirsi democratico nell’accezione più pura del termine, scrollarsi dalle spalle un apparato burocratico obsoleto e limitante, farsi carico delle istanze di quella sinistra da cui sempre più con atti concludenti prende le distanze, aprirsi alle forze più giovani e fresche. Un compito non impossibile ma, nella sostanza dei fatti, arduo da perseguire e lontano anni luce dalla realtà.

La corsa alla segreteria si riduce così a cinque candidati: Pierluigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino, Renato Nicolini (ex assessore alla Cultura nel Comune di Roma) e Mario Adinolfi (giornalista e blogger). Appare ovvio come la sfida si concentrerà sul duello Franceschini-Bersani, con quest’ultimo favorito dato l’appoggio da parte della nomenklatura e di buona parte degli ex Ds. Marino, Nicolini e Adinolfi (questi ultimi due peraltro in bilico con la raccolta firme) appaiono più in veste di outsiders che di reali competitori. Probabilmente per dare una veste di democraticità alla competizione. E’ proprio vero: “la maschera rivela la persona”.

Foto: www.meltinpotonweb.com

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