L’Italia si prepara alla nuova influenza

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fazio400In Italia, dopo l’inerzia che ha caratterizzato il comportamento delle autorità governative nella fase iniziale di contagio da influenza A (o suina), finalmente si incomincia a prendere coscienza del problema e ad agire di conseguenza.

Il Ministero del Welfare prevede che, alla fine di maggio del 2010, i contagi nel nostro paese possano raggiungere i 4 milioni di unità. Al che, in conformità alle raccomandazioni della commissione per i vaccini dell’Oms, che suggerisce quale unica arma di difesa efficace il vaccino, è stato predisposto un piano di vaccinazioni che si articolerà in due fasi. La prima, entro la fine del 2009, dovrebbe portare all’immunizzazione di 8,6 milioni di italiani: lavoratori dei servizi essenziali (sanità, forze dell’ordine) e soggetti sotto i 65 anni con malattie croniche.  La seconda, invece, ancora ipotetica, prenderà il via a febbraio e riguarderà i giovani dai 2 ai 20 anni. L’attenzione ai giovani è conseguente al fatto che tale fascia di età si è mostrata maggiormente vulnerabile al virus A/H1N1. Al proposito, perplessità sono state avanzate dal Presidente della Federazione italiana Medici Pediatri Giuseppe Mele, che ha richiesto che le vaccinazioni siano estese a tutta la popolazione pediatrica dai 6 mesi in poi. Una richiesta che fa ben sperare dato che, in base a quanto replicato da Fazio, degli appositi test sarebbero allo studio. Le altre fasce di età non menzionate, circa il 60% della popolazione italiana, saranno escluse dal programma di vaccinazione. Ciò nonostante Ferruccio Fazio (foto) è ottimista: “senza vaccinare tutta la popolazione ma limitandolo a strati limitati, contiamo di chiudere l’epidemia entro il 2010”.
La posizione del viceministro è quindi improntata all’infondere sicurezza e fiducia, tanto che venerdì 17 affermava con enfasi “i contagi arriveranno anche da noi ma siamo preparati”.
E’ bastato però attendere soltanto un giorno, affinché cambiasse modo di vedere il futuro. In un’agenzia di stampa da egli diffusa si legge che “non è escluso l’eventuale rinvio della riapertura delle scuole se l’andamento dell’epidemia di nuova influenza lo renderà necessario”. Questo perché “l’epidemia di nuova influenza arriverà anche in Italia e, quando arriverà, presenterà una capacità di raddoppio dei casi in media ogni 10 giorni”. La dichiarazione, in effetti, non è campata in aria ma conseguente all’allarme lanciato da Gianni Rezza, capo Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di Sanità, il quale ha sottolineato come la riapertura delle scuole a settembre fungerà da elemento amplificatore dei contagi. Tenuto conto che sinora il virus è stato poco aggressivo e considerato altresì che potrebbe facilmente mutare dando origine a situazioni di più elevata gravità, Rezza ha aggiunto che è consigliabile limitare quanto più possibile il contagio.
L’ipotesi paventata da Fazio, seppur supportata da autorevoli pareri, ha creato un certo allarmismo. Cosa che, mostrando grande coerenza tra gli organi governativi, ha spinto poche ore dopo alcuni ministri, tra cui Maria Stella Gelmini, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, a prendere le distanze dalla dichiarazione di Fazio, assicurando sulla regolare riapertura delle scuole.
Tale comportamento, di iniziale allarme e successivo, rientro, è stato oggetto di severissime critiche. Da parte del presidente del Coordinamento genitori democratici Angela Nava e soprattutto del quotidiano “L’Avvenire”, che ha tuonato contro l’incoerenza del Governo: “gli errori di comunicazione vanno assolutamente evitati, perché l’allarmismo è il peggiore dei virus”.
Un rimprovero che sembra aver colpito nel segno, dato che le ultime dichiarazioni, a scanso di equivoci e contraddizioni, vedono quale unico portavoce il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Il tenore è, giustamente, improntato alla rassicurazione: “Verranno acquisite 48 milioni di dosi di vaccino pandemico dalla fine di novembre a gennaio 2010, secondo la programmazione di produzione delle ditte farmaceutiche con le quali il nostro paese ha stipulato contratti di prelazione dal 2005”. Sacconi precisa altresì che l’unità di crisi presieduta dal viceministro Fazio “lo scorso 15 luglio ha approvato un documento che definisce la strategia preventiva nazionale, in base al quale il dipartimento della Protezione civile sta predisponendo l’acquisto degli strumenti di prevenzione, come vaccini, antivirali, dispositivi di protezione e disinfettanti, in conformità alla valutazione tecnica dei bisogni”. “E’ disponibile una rete di servizi di sanità pubblica in grado di condurre tempestive indagini sui casi sospetti e confermati, e per la ricerca dei contatti” prosegue “nonché una rete di centri di riferimento di eccellenza per il ricovero,l’isolamento ove necessario e il trattamento delle persone affette”.

Tra le iniziative adottate dal Ministero da salutare positivamente, l’istituzione del numero verde 1500, al quale un team di medici è a disposizione per rispondere in materia di influenza. Linea letteralmente presa d’assalto che, data l’affluenza, si è risolta in un servizio praticamente inutilizzabile. Chiaro sintomo, che la preoccupazione tra la popolazione è un malessere diffuso.

L’impegno del Governo nel fornire assicurazioni è quindi evidente.

Rimangono però alcuni dubbi.
1)  E’ stato predisposto l’acquisto di ulteriori quantità di antivirali. Non si sa però, data la richiesta mondiale, quando gli unici due produttori di tali farmaci (Roche e Glaxo) saranno in grado di soddisfare le richieste. Non è un dubbio irrilevante. Attualmente l’Italia dispone di 14 milioni di dosi di oseltamivir, accumulate quando si sparse il timore di una diffusione dell’influenza aviaria. Tenuto conto che un ciclo di terapia si compone di 10 dosi, il totale di cicli disponibili è di 1,4 milioni: decisamente basso tenuto altresì conto che il 60% della popolazione italiana non sarà vaccinato.
2) La triste realtà di alcuni ospedali, soprattutto del meridione, è fatta di carenza di posti letto e personale sanitario, risolvendosi in un dramma quotidiano a carico dei pazienti. Ci si chiede se tali strutture saranno in grado di fronteggiare non solo la richiesta improvvisa di ricoveri e di trattamenti sanitari cui l’arrivo della pandemia potrebbe dar luogo, ma anche le emergenze che quotidianamente si dovessero presentare.

Dubbi a cui, allo stato attuale, mancano risposte concrete ed attendibili.

foto: Ansa

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