Parlamento impunito

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matteoli

Pochi giorni fa Roberto Castelli è stato “graziato” dal Senato.
La scena si è ripetuta il 28 luglio a Montecitorio, con la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera che, a maggioranza, ha determinato un identico trattamento a favore di Altero Matteoli.

Una storia piuttosto lunga, segnata dal consueto batti e ribatti di competenze ed attribuzioni tra magistratura ordinaria e Tribunale dei Ministri, nonché dalle solite accuse di persecuzione messe in opera da frange di magistratura politicizzata.

Il tutto risale al 2005, epoca in cui Matteoli era Ministro per l’Ambiente.
L’accusa rivoltagli è di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio, in quanto avrebbe informato Vincenzo Gallitto, allora prefetto di Livorno, di un’inchiesta a suo carico per abusi edilizi relativi alla costruzione di un complesso edilizio sull’Isola d’Elba.
Il Gip procede senza chiedere l’autorizzazione a procedere, giudicando la telefonata di Matteoli un atto non compiuto nelle funzioni di ministro (che, come tale, non necessiterebbe di un benestare dal Parlamento).
La Camera dei Deputati, come ovvio, impone lo stop e rinvia tutto alla Corte Costituzionale, unico organo idoneo a stabilire se un reato può essere o meno considerato ministeriale.
Con un colpo di mano, che in pratica è una replica di quanto si era assistito nel caso Castelli, la Giunta per le autorizzazioni a procedere si rende protagonista di una serie di libere interpretazioni delle norme vigenti.
Agisce su iniziativa dell’interessato e non della magistratura. Procede senza attendere il parere della Consulta, né tanto meno che le pervengano gli atti giudiziari. Infine, entra nel merito della vicenda definendo il tipo di reato.

Per la cronaca, la votazione ha raccolto l’unanimità della maggioranza, attestando così che l’attuale Ministro per le Attività Produttive non è perseguibile, in quanto i reati ascritti sarebbero attinenti  alle sue funzioni ministeriali.

Inutile sottolineare le contestazioni da parte dell’opposizione. Riportiamo soltanto il commento di Antonio Di Pietro, espresso dalle pagine del suo blog, “con un indecente colpo di mano, la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha scippato alla giustizia ordinaria e alle regole costituzionali un pezzo da novanta della sua casta: il ministro Matteoli. E’ un copione già visto, la solita storia della casta che si erge al di sopra della legge per farla franca. Questi signori avranno pensato: ‘dopo aver dato l’impunità a Berlusconi perché non concederla anche ad un suo ministro?”.

Ancora una volta, il principio di eguaglianza innanzi alla legge, sancito dalla Costituzione italiana, è stato svuotato di ogni valore e significato dai membri del Parlamento.
Se fossimo maliziosi potremmo pensare che la nostra classe politica, piuttosto che perseguire l’ideale di giustizia, si dimostri sempre più incline ed attenta al tutelare la propria immunità o, come sarebbe più corretto dire, l’impunità. Tali vicende, però, sono ben lontane dall’essere un mero pensiero, rivelandosi una realtà tanto concreta quanto amara.

Foto: ilcannocchiale.it

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