Mer. Mag 18th, 2022
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ida carrara

Un Cortile Platamone dall’aria rarefatta, parecchie persone sedute a soffiarsi inutilmente con i ventagli, l’attesa un po’ prolungata per l’inizio dello spettacolo. Eravamo lì, immersi nello spettacolo prima ancora di cominciare. Sapevamo chi doveva entrare in quella sorta di gabbia montata sul palcoscenico: un’anziana Ida Carrara, l’esperienza di un’attrice poliedrica, profonda, intrisa intensamente dall’arte teatrale come poche al suo pari.

La gabbia ci riporta al circo ma non ospita animali feroci: contiene una donna, una madre prigioniera dei suoi stessi sogni, delle sue stesse paure, dei pregiudizi di una società bigotta ed egoista. Il tema affrontato è fra i più scottanti: l’assillo di mettere al mondo o meno un figlio, l’assillo della solitudine che ne segue, l’assillo della coscienza che ci addita temendo di sbagliare.

“Lettera ad un bambino mai nato” è il libro di Oriana Fallaci, un dialogo tra lei ed il “feto” che porta in grembo, un rimprovero a lui, un “J’accuse” alla sua solitudine divenuta distruttiva dagli eventi stessi della sua esistenza.

Ida Carrara si siede e comincia a leggere foglio su foglio, dapprima con più vigore poi con meno intensità, con più stanchezza nella voce assecondando le sensazioni dettate da un cuore contrito, sofferente, inclemente verso questo bimbo che è solo “feto” al momento ma che prende possesso del corpo di una donna ancora immatura per affrontare una così grande prova. Il padre scappa, l’abbandona spaventato chiedendole l’entità della cifra per indurla ad abortire: criminale, inetto, irresponsabile, non meritevole del miracolo del generare una nuova vita. Ed ecco sorgere le fatidiche domande del caso che mettono a dura prova l’equilibrio emotivo della protagonista attanagliata da un senso di destabilizzazione che la rende volitiva e combattiva al tempo stesso. Il monologo introspettivo diventa una confessione intima alla propria coscienza che accetta la maternità sentendosi dominata dalla stessa come fardello immensamente incontrollabile.

Il testo della Fallaci è curato, nella circostanza, da Federico Magnano San Lio, le musiche e l’elaborazione video sono di Massimiliano Paci, le luci e gli allestimenti di Franco Buzzanca, l’allestimento è curato dall’equipe tecnica del Teatro Stabile di Catania, le foto di scena sono di Filippo Sinopoli.

Magiche le proiezioni sulla “gabbia” ora del viso espressivo, intento alla lettura della Carrara, ora dell’ecografia di un bimbo sconosciuto dalla quale si evince chiaramente il battito del cuore di una nuova, meravigliosa vita. A metà monologo di una donna distrutta dal dolore per la perdita della propria creatura, prende la parola il figlio mai nato nella voce calda, compassionevole, pacata di Rosario Minardi che tranquillizza la madre sconvolta e vinta dal rimorso per avere anteposto le sue necessità di donna a quelle di madre.

Prende la parola l’accusa e la difesa del Tribunale che giudica l’accaduto: Raffaella Bella, fuori dalla gabbia-prigione, sulla sinistra ritta dietro un pulpito procede nella sua arringa, prima difensiva e poi offensiva. Una buona partenza vocale quella dell’attrice Bella ma che cala dopo pochi minuti dalla lettura. A tratti non si distinguono bene le parole, il senso è chiaro: il mondo condanna le scelte senza capirne le motivazioni intrinseche, senza valutarne la tragicità, l’inadeguatezza di colei che le effettua.

In un commosso applauso Ida Carrara si alza per ringraziare calorosamente un pubblico rimasto silenzioso nonostante la fine dello spettacolo.

Il bambino mai nato ringrazia per essere stato ascoltato nel battito, ormai spento, del suo cuore.

L’immagine è tratta dal sito: blumedia.info

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