La calda estate della Lega

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La Lega Nord possiede una certa costanza nel presentare proposte alquanto singolari e surreali, pittoresche come i suoi esponenti. Iniziative che, non di rado, sono talmente astruse e bizzarre da indurre all’ilarità. Ma che, talvolta, toccano valori radicati e temi sensibili, senza mostrare il dovuto tatto o la necessaria delicatezza, alimentando focosi dibattiti e aspre polemiche. Un clamore che, fortunatamente, si traduce il più delle volte in un mero nulla di fatto, con l’unico risultato di mantenere vitale il farsesco teatrino della politica italiana.
Le ultime idee partorite dal Carroccio, peraltro, sono talmente nutrite e variegate, da rivelarsi emblematiche dell’ideologia leghista.
Dalle carrozze della metro per i milanesi alla busta paga padana, l’elenco è lungo.
Un’inventiva politica che si mostra sempre meno priva di limiti, se non quelli imposti da una fantasia tanto prolifica quanto sfrontata. Segno di vivacità mentale, ma anche frutto dell’incosciente coraggio che deriva dall’essere consapevoli del peso che il partito esercita all’interno della coalizione, rendendolo fondamentale per mantenere in vita maggioranza e governo.
Non è un caso che esse si siano concentrate proprio in questi ultimi tempi. L’estate, con la sua carenza di notizie rilevanti, costituisce difatti il terreno adatto per far germogliare le “padanate”. Sono giorni in cui è più facile guadagnare visibilità e, nel contempo, mantenere vitale il contatto con un elettorato legato al partito più per spirito di protesta che per questioni di cuore o senso di appartenenza. Il momento ideale per marcare il territorio e sondare il terreno in vista di futuri affondi.
Tali iniziative, sebbene creino molto rumore e un certo polverone,  sono spesso derubricate a semplice boutade. Peccato, però, che lo scarso rispetto per le istituzioni ed i valori costituzionali che esse evidenziano, non abbiano nulla di faceto.
I compagni di maggioranza abbozzano, seguendo un copione oramai stantio, in cui il Senatùr abbaia ma non morde, accontentandosi magari di qualche osso … e se un giorno dovesse azzannare?

Test preselettivi di cultura locale per gli insegnanti
Quella della salvaguardia culturale è una battaglia che per la Lega non conosce tregua, né limiti.
E’ il caso della scuola. Ambiente dove diviene fondamentale garantire la massima preparazione dei docenti. La proposta, avanzata dalla deputata Paola Gosis e che la Lega chiede venga inserita nella prossima riforma scolastica (attualmente all’esame della Commissione Cultura della Camera), è decisamente innovativa e originale. Basta con i titoli di studio, “non garantiscono un’omogeneità di fondo e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’insegnante”. Si verifichi, invece, “la conoscenze della lingua, della tradizione e della storia delle regioni dove si intende insegnare”.  Il tutto, sul presupposto che “non è possibile che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale”.
Una proposta talmente innovativa da non essere compresa. Del resto, sino ad oggi, tutti noi credevamo che un professore di matematica dovesse essere preparato in algebra e computo. Che un professore di lettere, dovesse conoscere sintassi e storia della letteratura. In cosa la conoscenza della cultura lombarda renda migliore la preparazione di un professore d’inglese è ancora da scoprire.
Che non sia stata compresa, lo dimostrano accese polemiche e reazioni convulse. Per fortuna è intervenuto il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che salomonicamente, per placare gli animi e nel medesimo tempo non inimicarsi Pontida, pur accantonando le prove preselettive, ha suggerito di “legare il reclutamento alla residenza, ad esempio, oppure alla regionalità”. Questo perché “il legame con il territorio è importante, bisogna mettere fine al via vai di insegnanti che arrivano al nord e poi vanno via dopo poco tempo minando la didattica”.
Che gli insegnanti meridionali si mettano il cuore in pace. Per loro il piacere di lasciare affetti e luoghi natii, soltanto per il capriccio di cercare lavoro, ha i giorni contati.

A scuola di dialetto
Bocciata la proposta delle prove preselettive di dialetto, il Ministro Gelmini ha giustamente reputato di non mortificare ulteriormente le sacrosante richieste leghiste, su un tema peraltro da sempre caro al Carroccio, lasciando aperto uno spiraglio. In un’intervista, rilasciata il 30 luglio a “La Stampa”, difatti, il Ministro ritiene che “si possa più utilmente inserire all’interno delle scuole un approfondimento con lo studio dei dialetti o della storia del luogo”.
Una semplice idea? Tutt’altro. A Pontida, l’8 agosto, Bossi è chiaro: “questa estate scriveremo la legge per la salvaguardia dei nostri dialetti che dovranno essere insegnati anche nelle scuole. Stop alla dittatura di Roma padrona e ladrona. Per Roma ladrona la faccenda diventa pericolosa”.

Fiction, tg e magliette
Quella del dialetto è la sacra crociata sostenuta ad ogni dove dal Carroccio. Lo dimostra il Ministro per le Politiche Agricole Luca Saia che, evidentemente libero da impegni del proprio dicastero, propone di sottotitolare in dialetto le fiction Rai di maggior successo o, al limite, di aggiungere un apposito canale audio sul digitale terrestre. Il tutto “per rigorosa par condicio regionale” o, come suggeriscono i maligni, per invidia nei confronti dell’ultimo kolossal di Tornatore rigorosamente girato in dialetto siciliano. Quale che ne sia la causa, proviamo per un momento ad immaginare “Il commissario Montalbano” sottotitolato in veneto o “Capri” in furlan. Difficile dire se ci sia più da ridere o inorridire.
Un’idea che, sempre a detta del Ministro, dovrebbe essere applicata anche ai Tg, prevedendo un’edizione regionale in dialetto.
Ma il prolifico ministro Saia non si ferma. L’ultima proposta è quella di apporre i simboli locali, regionali o cittadini, sulle maglie delle squadre di calcio professioniste. Sarebbe sicuramente ironico, e per taluni offensivo, far condividere lo stesso simbolo a squadre divise da antiche avversità come Roma e Lazio o Pisa e Livorno. Saia precisa che la motivazione risiederebbe addirittura nella stessa Costituzione, quando recita che la Repubblica è costituita da Stato, Regioni, Province e Comuni. Se è per questo la Repubblica è anche fondata sul lavoro, ma il principio è largamente disatteso dai fatti.
Cosa c’entrino, poi, tali proposte con le politiche agricole è ancora un mistero. Che sia il classico caso di braccia rubate all’agricoltura?

Riforma del Festival di Sanremo
Sembra comunque chiaro che il concetto di Italia non trovi consensi nel cuore leghista, e con esso tutto ciò che è tipicamente italico. A cominciare dal Festival della canzone italiana, meglio noto come Sanremo. Il presidente del Consiglio Comunale di Sanremo, tal Marco Lupi, ha proposto la modifica della convenzione tra Rai e Comune di Sanremo, chiedendo l’istituzione di una sezione ed una serata del Festival dedicate alle “Lingue Municipali”.
Chissà cosa ne pensa Berlusconi di tale idea. Magari è d’accordo e starà pensando di far partecipare il fido Apicella, in veste di raccomandato di lusso.
Quel che è certo è che l’estroso Lupi ha preso un clamoroso abbaglio, in quanto il dialetto a Sanremo è premiato ogni anno. Non all’interno del noto Festival, ma in occasione della consegna delle Targhe Tenco (riconoscimenti che gli addetti ai lavori, giustamente, ritengono più prestigiosi). Il Club Tenco, difatti, sin dal 1984 prevede la premiazione del miglior lavoro in dialetto. Per la cronaca l’ultima Targa se l’è aggiudicata proprio un “padano”, Davide Van De Sfroos con il suo “Pica!”, album cantato in laghèe (una variante del dialetto comasco).

Mameli e il tricolore non bastano
L’assalto ai simboli italici non si ferma, però, al mondo delle canzonette e punta decisamente  più in alto.
Il presidente dei senatori della Lega, Federico Bricolo, il 5 agosto ha annunciato una proposta di legge costituzionale per inserire un comma all’art. 12 della Costituzione, con il quale si riconoscano ufficialmente i simboli identitari di ciascuna regione. In altre parole, accanto al tricolore e all’inno di Mameli, bandiere ed inni regionali. Il tutto per colmare una lacuna costituzionale definita “inammissibile, alla luce della sostanziale valorizzazione del ruolo politico ed istituzionale delle Regioni realizzata dalle più recenti riforme costituzionali”.
Del resto che alla Lega “Fratelli d’Italia” andasse stretto non è una novità. Da tempo in casa del Carroccio si parlava di sostituire il celebre inno di Mameli e Novaro, con il “Va pensiero” di Verdi. Così come sono note le intemperanze innanzi al tricolore di Umberto Bossi, costategli diverse querele e una condanna nel 2001 (passata in giudicato nel 2007) per il reato di vilipendio alla bandiera italiana.
Le sue ultime esternazioni, peraltro, non lasciano adito a dubbi: “lasciamo stare la bandiera italiana, penso solo alla bandiera padana”. Raffaele Lombardo dell’Mpa si unisce alla banda: “l’unità d’Italia non la si fa con il tricolore” (…) “la proposta è coerente con l’evoluzione federalista”. Ma è solo una voce solista, in un coro deciso di no.
Per il momento, complice l’oziosità della calura estiva, la proposta è stata qualificata quale mattana.
C’è da chiedersi, semmai, se gli stessi residenti conoscano il loro vessillo regionale, tanto da avere nei suoi confronti l’attaccamento e il legame affettivo la proposta sottintende. Così come sono sconosciuti gli inni rappresentativi. “Ciuri ciuri” per la Sicilia? “Funiculì funiculà” per la Campania?

La festa all’Unità d’Italia
E’ chiaro che, alla luce di quanto esposto, per la Lega l’Unità di’Italia sia più un peso che una conquista storica. Un evento che nel 2011 celebrerà i suoi 150 anni, per il quale fervono i preparativi.
Per preparare degnamente il terreno, Telepadania ha iniziato la messa in onda di “Fratelli nel sangue, la faccia violenta dell’Unità d’Italia”. Trasmissione che, con la partecipazione di Andrea Rognoni (direttore del Centro regionale di cultura lombarda) e Stefano Galli (professore di Storia delle Dottrine Politiche alla Statale di Milano e consulente di Roberto Calderoli),  mira a narrare “la mano violenta e illiberale dello stato unitario al tempo delle cosiddette guerre di Indipendenza”. Tra stragi di padani e plebisciti truffa, un’opera per dimostrare la scarsa valenza dell’unità perseguita. Un’opera, che eufemisticamente potremmo definire revisionista, in cui anche le cinque giornate di Milano divengono espressione di un’ideale federalista e non unitario.
Con questo spirito, è ovvio che il Carroccio ricuserà ogni forma di stanziamento per le celebrazioni unitarie. Lo ha anticipato Bossi “quanto bisogna spendere per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia? Credo zero”, ribadendolo alla festa della Lega del 9 agosto: “Ho detto al Consiglio dei ministri i dare i soldi alla gente, non per ricordare una cosa che poi è andata in senso opposto. Bisogna reagire contro la canaglia che ci ha privato dei dialetti e dell’identità per trasformarci in schiavi”. Del resto se su “la Padania” si scrive con enfasi che“la nascita dello Stato italiano fu un atto contro natura”, difficile attendersi risposte diverse.

La Padania parla la “lingua dei territori”
In quest’ottica di scarso attaccamento al sentimento nazionale, non poteva mancare un’iniziativa rivolta a tutti coloro che mostrano motivo di risentimento anche verso la lingua nazionale. La Padania, organo ufficiale di stampa del popolo leghista, il 13 agosto esce in versione bilingue: italiano e veneto. Il primo numero a poter vantare la duplicità di idioma, titola tronfiamente: “Lengue e dialeti xe el futuro dei zoveni” (Lingue e dialetti sono il futuro dei giovani). L’iniziativa verrà seguita a breve dalle corrispondenti edizioni in piemontese (14 agosto) e lombardo (15 agosto). Un’occasione in più anche per chi dovesse avere poca dimestichezza con sintassi e grammatica italiana, e non perdere così la possibilità di venire a contatto con le floride idee “verdi”.

Queste, sinora, le proposte che hanno reso più gradevole la politica italiana sotto l’ombrellone. Sarà il tempo a dire se si è trattato di un effetto della calura estiva o se è l’inizio di una rivoluzione “verde”.
Quousque tandem abutere. Lega, patientia nostra?

Foto: panorama

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