Apprensione in Italia per l’influenza A

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Negli ultimi giorni, l’apprensione dell’opinione pubblica sull’influenza A è stata crescente, sfiorando il livello di guardia.
Sin dall’inizio della pandemia, nonostante la costante crescita del numero dei contagi in Italia – a tutt’oggi circa duemila – il nostro paese si era reputato al riparo dall’ondata che sta colpendo il mondo. Tra smentite ed allarmi, le ultime notizie relative a casi particolarmente gravi e seri di contagio, hanno però destato una certa preoccupazione.
Prima in seguito al ricovero presso l’ospedale San Gerardo di Monza di Fabio F., un giovane ventiquattrenne di Parma, contagiato dall’influenza suina e versante in condizioni di grave insufficienza respiratoria. Uno stato clinico di gravità perdurato per qualche giorno, facendo temere un’evoluzione infausta, sino ad oggi quando giunge la notizia della sconfitta del virus, sebbene permanga l’infezione polmonare.
Successivamente, in conseguenza all’annuncio dell’aggravamento delle condizioni di D.G., un paziente cinquantunenne affetto dal virus H1N1, ricoverato presso il reparto rianimazione dell’ospedale Cotugno di Napoli. Il quadro clinico del paziente, del quale era stata inspiegabilmente diffusa la notizia del decesso, rimane serio e preoccupante, seppur stabile. Al proposito, però, le autorità sanitarie tengono a precisare come il soggetto sia da tempo debilitato da diverse patologie, tra cui insufficienza cardiaca e diabete, tanto da far supporre che “forse anche una ‘comune’ influenza avrebbe prodotto le stesse conseguenze”, come sottolineato dall’assessore regionale alla Sanità della Campania, Mario Santangelo.

In seguito all’innalzamento della soglia di attenzione e al maggiore coinvolgimento emotivo da parte della popolazione, la strategia delle istituzioni si fa necessariamente più mirata.
Ciò anche in virtù delle previsioni, diffuse proprio ieri dal viceministro della Salute Ferruccio Fazio, che prevedono il picco dei contagi in Italia tra il 18 dicembre e il 18 gennaio, con circa 3 milioni di pazienti colpiti.
Al fine di offrire un’arma di difesa, il piano di vaccinazione è già stato varato.
La vaccinazione non sarà obbligatoria, ma facoltativa, e sarà ad intero carico dello Stato, per un costo complessivo di 800 milioni di euro.
Al proposito, la Novartis – casa farmaceutica produttrice del vaccino – ha assicurato le prime forniture già da fine ottobre, al fine di garantire il rispetto della pianificazione.
Si prevede di immunizzare 24 milioni di italiani (il 40% della popolazione), articolando la vaccinazione in due distinte fasi.
La prima (8 milioni di dosi, distinte in due somministrazioni) partirà il 15 novembre e si concluderà entro la fine dell’anno. Riguarderà soggetti a rischio (pazienti affetti da malattie respiratorie tra i 2 e i 65 anni) e operatori addetti ai servizi essenziali (il personale sanitario di ospedali e case di riposo, il 90% dei medici di famiglia e dei pediatri, il personale delle Poste, della Telecom e delle Forze Armate).
La seconda (16 milioni di dosi), relativa a soggetti di età compresa tra 2 e 27 anni, ovvero le fasce di popolazione maggiormente colpite dal virus, partirà dal 31 gennaio 2010.
E’ curioso notare come la seconda fase di vaccinazione prenda il via dopo il previsto picco natalizio e non prima, come sarebbe logico. Un’incongruenza motivata dal fatto che i test relativi alla fascia di popolazione tra i 2 ed i 18 anni, nonché alle donne in gravidanza, non sono ancora completi, imponendo una certa cautela. Al proposito, uno studio specifico è stato commissionato dal Ministero della Salute all’Istituto Superiore di Sanità.

La riunione dell’unità di crisi tenutasi presso il Ministero della Salute il 2 settembre – cui hanno partecipato il Ministro Sacconi, il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta e il viceministro Ferruccio Fazio, oltre che rappresentanti di Regioni e associazioni di pediatri, medici di base e di pronto soccorso – ha comunque confermato il piano pandemico da trasmettere alle Regioni, ed in particolare quello di vaccinazione previsto.
Relativamente all’ipotesi di ritardare l’apertura delle scuole, caldeggiata dai pediatri ma opposta dal Ministro dell’Istruzione Gelmini, si è scelto di optare, qualora necessario,  per la soluzione delle chiusure selettive. Ovvero la chiusura di quelle classi, se non addirittura dell’intera struttura, ove si siano verificati più di tre contagi contemporanei.
Di conseguenza rimane confermato il regolare avvio dell’anno scolastico.
Tra le decisioni, infine, si segnala l’avvio di una campagna di comunicazione a mezzo spot su tv e giornali. Sarà coordinata Dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti e sarà sottoposta a verifica ogni 15 giorni.

Nonostante il piano varato dal Governo, rimangono però seri dubbi sulla sua attuazione, la quale sarà demandata alle Regioni.
Interrogativi che la bufera che ha recentemente investito la sanità meridionale – con gli sconcertanti casi di Mazzarino, Locri e Vibo – non ha certo fugato, contribuendo ad alimentare timori su un’organizzazione reputata non esente da inefficienze e pecche. Uno stato confermato anche dal viceministro Fazio: “il nostro sistema sanitario si fonda sulle Regioni ed effettivamente il loro livello di risposta non è omogeneo”.
Il vero banco di prova sull’efficacia delle misure predisposte dal Governo sarà quindi il tradurle dalla fase progettuale a quella di azione, assicurando efficienza ed organizzazione alla macchina sanitaria, specie al Sud ove sussistono inefficienze ormai consolidate da decenni. Il tutto in poche settimane.
Difficile dire se ciò richieda più fortuna che bravura, se non addirittura il proverbiale ricorso ad un miracolo.

Foto: www.javno.com

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