Una guerra perduta

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precariscuolaProvo pena e rabbia, tanta rabbia, per la tragedia sociale che si è abbattuta sulla scuola, sugli insegnanti e non solo, sulle famiglie italiane. La scuola italiana dimagrirà: subirà una liposuzione che la ridimensionerà nella qualità, nel ruolo, nell’importanza sociale. Saranno circa quarantamila insegnanti in meno (per ora) in grandissima parte meridionali. Si chiuderanno subito quarantamila porte di accesso al lavoro che precluderanno uno sbocco vitale all’investimento in cultura fatto a volte con immensi sacrifici soprattutto dalle famiglie del Sud per dare una prospettiva che altrove è assicurata dall’industria e dal benessere economico.

La partita per gli insegnanti è già quasi del tutto perduta. Dovranno accontentarsi delle elemosine che saranno erogate da un decreto del prossimo consiglio dei ministri: sussidio di disoccupazione e “preferenza” nelle supplenze brevi e poi contratti di disponibilità “job on call”, professori squillo che attenderanno di essere chiamati. Un aggravio pauroso nella loro precarietà che viene cristallizzata e peggiorata, intervento delle Regioni per provvedimenti-tampone. La loro vicenda corale diventerà un enorme pulviscolo di “casi” personali! La scuola della Gelmini fatta di “qualità e merito” che promette carriere agli insegnanti più “brillanti” è una scuola che darà meno istruzione e meno servizi agli scolari ed agli studenti italiani.

La creatività degli insegnanti, figlia della disperazione, si è scatenata. Professori in mutande, incatenati, stiliti, occupanti, etc… tutte manifestazioni del loro terribile isolamento e del loro annaspare in un deserto di sabbie mobili, nell’indifferenza e spesso nella malevolenza della destra che li annovera tra i “fannulloni” e “mangiapaneatradimento”, una destra che odia la cultura e tutto quanto non ha a che fare con il suo aziendalismo industrialista o commerciale.

Le grandi confederazioni sindacali, quelle che contano e sono ammesse alla trattativa con il governo (i cobas vengono discriminati e non sono riconosciuti come soggetto collettivo e rappresentativo), tengono un profilo assai basso, quasi inesistente. C’è forse una riunione delle segreterie CGIL-CISL-UIL per definire una posizione comune, lanciare una proposta, proporre uno sciopero generale? Epifani sta zitto. Tutto quello che ho letto di lui sull’argomento è questo: “le piccole e medie imprese hanno problemi di patrimonializzazione, i precari della scuola occupano provveditorati o salgono sui tetti” una mera constatazione! Anche in questa vicenda la CGIL che pure conta quasi duecentomila iscritti alla FLC gioca di rimessa. Si limita a criticare le misure del governo. Ma la sua opposizione non arriva fino al contrattacco: ad organizzare la rivolta della scuola e delle famiglie italiane. La tragedia si compirà e la disgregazione sociale guadagnerà altro terreno.

Franceschini è salito sul tetto di un Provveditorato occupato e per un po’ ha fatto lo stilita assieme ad un gruppo di insegnanti stremati dal sole. Ha detto: è il più grande licenziamento di massa della storia italiana! Verissimo! Non dubito della sua buona fede ma il suo gesto si riduce ad uno spot per la sua rielezione a segretario. Il PD accetta (come le confederazioni sindacali) l’impianto ideologico della “riforma” nelle sue correnti cattoliche e laiche: quelle cattoliche perchè sono favorevoli ad una ulteriore espansione della scuola confessionale e quelle laiche perchè convertite al liberismo e vogliono una scuola privata.  Insomma, il PD sarà d’accordo con il Governo e la sua maggioranza anche se continuerà a votare contro.

La Chiesa non alzerà un dito. Credo anzi che nell’incontro con Bossi abbia concordato ulteriori finanziamenti e privilegi agli istituti religiosi.

I lavoratori della scuola vengono bruciati dalla concomitanza di due fuochi: la trasformazione delle confederazioni sindacali in organismi quasi parastatali che debbono amministrare soltanto l’esistente e basta e che non si opporranno alla realizzazione delle scelte decise dal padronato e dal governo; il Pd che corteggia la base sociale della destra italiana e ne liscia il pelo. Rimangono ai lavoratori i sindacati di base, i partiti della sinistra espulsa dal Parlamento, le associazioni civili. Ma non riescono a fare quella massa critica necessaria per bloccare lo smottamento che li trascina verso il basso.

Prendiamo coscienza di tutto questo e ricostituiamo dal “basso” la coesione e l’unità con tutte le energie disponibili e volenterose che non sono poche. Non rassegniamoci alla sconfitta, alla perdita di identità sociale e culturale. Recuperiamo i valori e l’idea di una scuola pubblica che da Francesco De Sanctis a Gentili ha contribuito al progresso civile dell’Italia! Assediamo non solo i provveditori ma le sedi dei partiti e delle organizzazioni. Non accettiamo l’idea della riduzione del danno e la dittatura liberista senza contraddittorio. Soltanto il recupero di una forte identità di sinistra e socialista, di una forte ideologia fondata sul welfare e sulla unicità della scuola statale potrà farci risalire dal fondo del pozzo in cui siamo stati gettati.

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