Perché siamo in Afganistan

Perché siamo in Afganistan

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afganistan 2ul_in_August_2006La dolorosissima perdita dei nostri giovani soldati nelle vie di Kabul mette ancor in prima piano la domanda che tutti ci poniamo da anni: ma  perché i  soldati nostri e degli  altri paesi della NATO sono in Afganistan?

Lasciando stare le opposte  propagande, cerchiamo  di dare una spiegazione che si basi sui fatti storici.

L’Afganistan  entrò al centro dello scacchiere mondiale quasi  per un caso fortuito.  Nessun afgano aveva preso parte, nemmeno indirettamente, all’attacco dell’11 settembre a New York:  ma esso sembrò indubbiamente ispirato all’ideologia di al Qaeda. Non sappiamo con certezza se essa effettivamente aveva avuto una qualche  parte  diretta  nell’avvenimento: tuttavia Bin Laden, il suo capo fondatore,  si assunse  la responsabilità politica dei fatti (e tuttora la rivendica) pur dichiarandosi estraneo ai fatti.  Al Qaeda si trovava in Afganistan retta dal regime integralista guidato dal mullah Omar del quale  quasi  nulla si sa. Ovviamente gli Americani chiesero la consegna di Bin Laden e seguaci: il governo afgano prese tempo, convocò una Jirga (assemblea nazionale) e, come spesso avviene nel medio oriente, credette di poter trattare in definitivamente, come si fa nel suk, e  non si rese conto che gli avvenimenti precipitavano: infatti in pochi giorni gli americani arrivarono in Afganistan, aiutarono le fazioni nemiche dei  talebani (Alleanza del nord) presero Kabul e tutto l’Afganistan mentre i talebani e al Qaeda fuggivano precipitosamente. Come spesso era avvenuto nella storia, prendere l’Afganistan non è difficile: il difficile è mantenerlo.

In Afganistan  non esiste un  potere centrale che controlla tutto il territorio, leggi e norme giuridiche valide dappertutto e una burocrazia che amministri la vita nazionale.

Non costituisce una entità etnica ma vi convivono molte etnie diverse che si estendono anche nei paesi confinanti e che sono in continua lotta fra di loro.
Come nel nostro medioevo, la forza veramente unificante è la fede religiosa da tutti indistintamente professata con molta intensità.
Il potere effettivo sta nelle mani dei Khan, i capi locali: questi non accettano di essere sostituiti nel loro potere da funzionari del governo: un khan è un khan per discendenza e coraggio e valore, sente di meritare il proprio potere, gli altri glielo riconoscono. Chi viene da Kabul è un estraneo quasi come un americano o un russo.
Per questo i tentativi fatti dai re afgani nell ‘800 e nel ‘900 di unificare e modernizzare il paese sono tutti falliti. Il paese  è stato costantemente in guerra, diciamo da sempre: già prima dell’invasione dei Russi, poi nella tragica guerriglia contro i  Russi poi fra le varie fazioni, quindi i talebani contro le altre fazioni.

La modernità è cosa non solo empia ma incomprensibile all’afgano medio: pensare che le donne possano avere gli stessi diritti degli uomini prima ancora che essere contrario alle prescrizione del Profeta è cosa assurda, una follia incomprensibile.
I talebani sconfitti al centro risuscitano necessariamente in periferia, tutta ancora immersa in una tradizione religiosa ancestrale quindi integralista e fondamentalista, come forse in nessun altro paese islamico e si mescola con tutte le altre rivalità di sempre fra gruppi e clan.
Possono  gli eserciti occidentali mettere ordine e stabilità nel caos afgano?
Non vi sono riusciti i sovrani locali nel ‘700 e nell’800, né gli inglesi, né i riformatori kemalisti del ‘900, né i comunisti sostenuti dall’armata rossa, né gli stessi talebani: come pensare che ci riuscirà il debole governo Karzai sostenuto da forze occidentali potenti, è vero, ma che non hanno l’animo di condurre una guerra repressiva, infinita e sanguinosa come invece erano pure disposti i Russi.
Già da anni gli analisti  e gli stessi servizi segreti avvertono infatti  a che le forze della coalizione NON stanno vincendo in Afganistan, che non è realistico pensare a una vittoria militare definitiva sui talebani.

Ma il ritiro puro e semplice delle  forze militari non è pensabile;  ritirarsi sarebbe considerata una sconfitta e infiammerebbe  il medio oriente facendo risorgere le speranze degli estremisti di ogni nazione. D’altra parte significherebbe  anche abbandonare alle atroci vendette talebane i tanti  afgani che hanno creduto nella modernità portata dagli occidentali.

Gli Occidentali non possono vincere ma nemmeno perdere: questo è il problema. Resta allora  la ricerca di una via di uscita,  concordata, non traumatica. Questa è stata la via battuta negli ultimi anni cercando l’alleanza dei meno estremisti, dei Kan più ragionevoli. Ma questa politica è stata anche essa disastrosa perche è stata considerata un segnale di debolezza e il segno che alla fine la misericordia di Dio è venuta in soccorso dei propri fedeli mettendo in fuga gli infedeli, come è proprio della mentali tra religiosa.

In realtà l’Afganistan è un paese di nessuna importanza: potrebbe essere del tutto indifferente quale sia il suo regime: ma gli avvenimenti gli hanno dato  una importanza simbolica grandissima: i simboli possono contare più dei fatti.

3 commenti

  1. ARTICOLO ESAUSTIVO E COMPRENSIBILE. NON BASTA SCRIVERE IL FATTO DEL GIORNO MA BISOGNA ANCHE DARE AI LETTORI GLI ELEMENTI PER CAPIRE QUELLO CHE ACCADE E PERCHE’: BRAVO DOTT. CESARI

  2. Mi associo.vorrei domandare al dott De Sio; me chi sono i talebani? ma esistono veramente ?

  3. Come come? In realtà l’Afganistan è un paese di nessuna importanza: potrebbe essere del tutto indifferente quale sia il suo regime: ma gli avvenimenti gli hanno dato una importanza simbolica grandissima: i simboli possono contare più dei fatti?? Peccato che nell’articolo si è omessa la straordinaria importanza gografica strategia come corridioio energetico del petrolio, da Caspio all’Europa e per la cui relaizzazione e mantenimento, l’Italia è li con le altre forze Nato in una vera strategia globale, spacciata per missione di pace che solo gli allocchi possono credere. L’onda emotiva poi che avviene ad ogni funerale di stato delle vittime dei militari in “missione di pace”, ben riesce nell’opera di convincimento delle masse e dell’occultamento della verità. La rete, se usata bene è fonte di molte informazioni…poi sta ad ognuno di noi, cercare di capire a fondo le cose, prima di parlare di nulla. lhttp://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1548

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