Stamattina il commosso addio ai parà morti a Kabul

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re221xcnX_20090921Si sono svolti questa mattina i funerali dei sei parà uccisi in Afghanistan: il tenente Antonio Fortunato, il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, il sergente maggiore Roberto Valente, il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, il primo caporal maggiore Massimiliano Randino.

Hanno partecipato alle esequie, nella basilica romana di Sa Paolo fuori le mura, i familiari delle vittime, le alte cariche dello stato, i commilitoni della Folgore, rappresentanti di tutte le forze armate e gente comune che si è stretta attorno al dolore di figli, genitori, mogli, fidanzate e amici dei parà.

Tutti uniti dallo stesso dolore e dalla stessa commozione di fronte alle bare avvolte nel tricolore e alle lacrime del piccolo Martin, sette anni, figlio di Antonio Fortunato, con in testa il basco amaranto della Folgore, che prima ancora che cominciassero le esequie, alzatosi dalla sua sedia, è andato ad accarezzare la foto del suo papà deposta sulla bara, incurante della gente e delle autorità.

Le bare, avvolte nel tricolore, sono state accolte in Chiesa da un lungo applauso, mentre lo sventolio delle bandiere ha scortato le salme durante tutto il percorso dalla camera ardente alla basilica. Il rito è stato officiato dall’ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, che ha letto il messaggio inviato dal Segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, con il quale è stato espresso il cordoglio di Papa Benedetto XVI “profondamente addolorato per il tragico attentato”. Nell’omelia, monsignor Pelvi ha ricordato uno a uno le vittime chiamandole per nome ed esaltando le loro vite vissute al “servizio della pace”. Sul finire della cerimonia funebre l’ex parà Gianfranco Paglia, deputato del Pdl, costretto su un sedia a rotelle dopo essere rimasto ferito in Somalia, ha letto la preghiera del paracadutista, accanto a lui sempre il piccolo Martin.

Subito dopo la lettura della preghiera, i nostri parà sono stati salutati dal Silenzio suonato da un trombettiere, da più passaggi delle frecce tricolori sul cielo sovrastante la Basilica e poi da applausi e dal grido ‘Folgore’ con lo sventolio di bandiere tricolori.

Molto è stato detto in questi giorni sulla missione dei nostri militari in Afghanistan. La parola più ricorrente è allo stesso tempo più criticata è stata “eroe”. Molti hanno detto: “Non sono eroi, hanno fatto solo il loro dovere e sapevano a cosa andavano incontro”.

Ma per ogni figlio il padre è un eroe, per ogni madre il figlio è un eroe e per ogni moglie il marito è un eroe, non fa differenza dove cadano o perché, i figli dell’amore, anche dell’amore per la patria, sono sempre degli eroi.

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