Un Boss d’annata

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bigliettomilanoQuando la notizia era stata confermata, o meglio, quando noi all’estrema periferia dello Stivale lo avevamo saputo (a quei tempi non c’era internet e il rock non passava ancora in Tv), i biglietti erano già esauriti da un pezzo.

Bruce Springsteen, il Boss, il 21 giugno 1985 (Born in the U.S.A. era uscito l’anno precedente) avrebbe suonato per la prima volta in Italia, allo stadio di San Siro a Milano, e già diversi mesi prima il concerto era sold out.

Avevo conosciuto Springsteen un paio di anni prima, quando The River era già uscito da un pezzo e quando, probabilmente, il Boss stava già lavorando al suo secondo “Born”.

Mi piaceva la sua musica, mi piacevano i testi delle sue canzoni. E poi si diceva che dal vivo i suoi concerti fossero qualcosa di unico: lunghissimi e pieni di carica.

Mi sarebbe piaciuto andare a vederlo ma, non essendoci più biglietti, mi stavo rassegnando a starmene a casa. Ma la cosa mi dispiaceva immensamente.

Per un momento avevo pensato di andare lo stesso a Milano e poi sperare nei bagarini. Ma avevo accantonato l’idea: in quel modo sarebbe certamente diventato un concerto troppo costoso per le mie tasche. Ma quando stavo per mettere via l’idea, ecco l’illuminazione: e andassi a vederlo in un’altra città?

Prima di Milano, Springsteen avrebbe fatto tappa in Germania e Olanda; dopo in Francia e Inghilterra. Scelsi la Francia, anche perché una mia amica aveva una sorella che a quei tempi lavorava in Francia, proprio a Saint-Étienne, dove il Boss si sarebbe esibito quattro giorni dopo il concerto di Milano.

La mia amica chiese a sua sorella e una decina di giorni dopo avevo il biglietto tra le mani. Costo dell’operazione 125 Franchi francesi; il concerto italiano mi sarebbe costato 20.000 Lire.

***

Partii per Torino, in treno, naturalmente senza cuccetta (da disoccupato/lavoratore saltuario non potevo permettermi di più), la mattina del 23. Un viaggio interminabile, lungo quasi 20 ore. Da lì proseguii, sempre in treno, per Lione, dove arrivai nel pomeriggio del 24. Prima di partire, su una guida della Francia del Touring club in vendita in libreria avevo sbirciato l’indirizzo del locale ostello della gioventù. Così, uscito dalla Gare de Perrache, percorsi rue Victor Hugo, la via pedonale che unisce la stazione alla bella Place Bellecour e, una volta in piazza, salii sull’autobus che mi avrebbe lasciato all’ingresso dell’ostello. Non era ancora buio ma ero stanco. Mi misi a letto e mi addormentai subito.

Al mattino rifeci il percorso inverso fino a Perrache, dove presi il primo treno per Saint-Étienne. Il concerto iniziava alle 19.30 e i cancelli sarebbero stati aperti solo quattro ore prima. Avrei avuto il tempo per visitare Lione, che è una bellissima città, ma nella mia testa c’era solo Springsteen. Così, arrivato a Saint-Étienne, mi misi in cammino verso lo stadio Geoffroy-Guichard, lo stadio dove giocavano i verdi di casa (e dove fino a qualche anno prima aveva giocato anche un certo Michel Platini prima di trasferirsi alla Juve), nonostante non fosse ancora mezzogiorno. Man mano che mi avvicinavo, vedevo sempre più gente, giovani, ragazzi, che si muovevano nella mia stessa direzione.

Ai cancelli, quando ancora mancavano parecchie ore all’apertura, eravamo già tantissimi: c’era chi faceva pic-nic, chi dormicchiava sulle panchine, chi andava a passeggio.

Finalmente, all’ora prevista, i cancelli furono aperti e tutti ci riversammo sul prato del Geoffroy-Guichard. Uno stadio non molto grande (ha una capienza di poco più di 35.000 spettatori), ma molto bello e, evidentemente, affascinante per il solo fatto che dopo qualche ora avrebbe ospitato il concerto per cui eravamo tutti lì.

Quando le prime note di Born in the U.S.A., puntuali come noi italiani non siamo abituati, risuonarono nell’aria, l’emozione fu grande. Il Boss era lì, a poche decine di metri da me, e io, in mezzo a tanti giovani come me, mi stavo godendo il concerto per cui ero partito due giorni prima e per cui avevo fatto circa 2.000 chilometri.

Lo spettacolo, così come mi aspettavo, non fu breve e le 3 ore e quarantacinque minuti di musica toccarono il cuore di tutti i presenti, grazie a un Bruce Springsteen che non si risparmiò per nessuno dei duecentoventicinque minuti del concerto. Adesso non ricordo più quali canzoni erano incluse nella scaletta della serata (sono riuscito a ricostruirla solo anni dopo, grazie all’aiuto di internet) ma la sensazione che da allora mi porto dietro è stata quella di aver assistito a un avvenimento davvero unico.

Poi intrapresi il ritorno verso casa, lungo quanto l’andata. Insieme a tanti “amici” ho passato la notte alla stazione di Saint-Étienne. Al mattina abbiamo preso il primo treno per Lione e da lì il primo per Torino. Infine, finalmente, un altro per Ragusa, tappa di inizio e fine della mia splendida avventura.

Arrivato a casa, per diversi mesi non sono più stato capace di ascoltare i dischi di Springsteen: mi sembravano poca cosa, banali, in confronto a quello che avevo ascoltato (e visto) in Francia. Poi, per fortuna, il ricordo si è fatto più interno e ho ricominciato a godere anche ascoltando i suoi dischi.

Ho rivisto Springsteen tre anni dopo, l’11 giugno del 1988 al Comunale di Torino. Tutti noi fans avevamo tutti appena comprato Tunnel of love, uscito dopo il magnifico triplo CD (penta LP) Live 1975/85, il lavoro che raccoglieva il meglio dei suoi concerti dell’ultimo decennio.

Tunnel, dopo lo splendore del Live, mi era sembrato scialbo, melenso (“si vede che è innamorato”, avevamo commentato con gli amici, avendo saputo che il Boss si era fidanzato con Patti Scialfa, la corista della E-Street Band) e anche il concerto non mi era piaciuto: troppo miele per uno che aveva fatto del rock la sua bandiera. È proprio vero: sono sempre i migliori che se ne vanno.

La scaletta del concerto di Saint-Étienne:
Born In The Usa / Badlands / Darlington County / Johnny 99 / Atlantic City / The River / Working On The Highway / Trapped / Out In The Street / Glory Days / The Promised Land / My Hometown / Thunder Road / Cover Me / Dancing In The Dark / Hungry Heart / Cadillac Ranch / Downbound Train / I’m On Fire / Because The Night / Rosalita / No Surrender / Born To Run / Bobby Jean / Ramrod / Twist And Shout – Do You Love Me / Rockin’ All Over The World

La E Street Band:
Nils Lofgren – chitarra
Garry Tallent – basso
Clarence Clemons – sassofono
Danny Federici – tastiere
Roy Bittan – piano
Max Weinberg – batteria
Patti Scialfa – corista, chitarra

3 commenti

  1. venticinque anni fa non eri così tirchio…

  2. Il Boss è una persona generosissima

  3. ero presente al concerto di St.Etienne del 1985 (mio primo concerto del Boss)dopo un viaggio in R4 con due amici di quasi 1.500 km.
    una delle più emozionanti esperienze della mia vita che ho rivissuto a Barcellona l’anno scorso, dopo 23 anni, negli occhi e nell’entusiasmo di mia figlia di 14 anni.
    grazie per il bellissimo ricordo

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