L’indecenza dell’organizzazione ospedaliera

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ospedalecannizzaro

Ci troviamo a Catania, ridente città dell’est della Sicilia e non capiamo ancora cosa abbia di così divertente da potersi permettere questa ottimistica qualifica.

La nostra complice nella circostanza è la signora Santina, la chiameremo così non perché lei non voglia rivelarsi ma perché noi non vogliamo esporla più del dovuto.

Dopo un normale controllo ad un centro oncologico appartenente alla ASL n. 3, la signora scopre che qualcosa in lei non va e che bisogna approfondire necessariamente tramite una normalissima “biopsia” da sottoporre ad esame istologico.

Il dottore che ha eseguito il “piccolo” intervento, ci racconta la signora Santina, le aveva assicurato che sarebbe stato del tutto indolore. Alla malcapitata ancora ignara delle infauste conseguenze, viene presentato un proforma contenente la dichiarazione personale atta a dispensare i medici da qualsiasi responsabilità sull’esito dell’intervento. C’è da stare tranquilli, anche in virtù del fatto che “Errare humanun est”. La signora è riuscita ad uscirne, nonostante tutto, incolume. Nessuno, però, l’aveva avvisata che doveva “condurre” personalmente in un qualsiasi ospedale della città quel minuscolo frammento del suo “corpo”.

E non ci sarebbe nulla di male fin quando, quell’incarico apparentemente semplice ed innocuo, si trasforma poi in un piccolo calvario. Calvario che da chiaramente il senso caotico, irrazionale, irriverente di una grande “metropoli” del sud italiano.

La signora, stamani, si reca, biopsia e ricette in mano, all’ospedale Cannizzaro della suddetta città ma non ha l’automobile. Ci offriamo di accompagnarla, naturalmente, con la sua reverenziale autorizzazione.

La nostra comune meta è il reparto di “medicina patologica”. Speriamo di trovare all’ingresso una sorta di guru delle informazioni ma constatiamo che la guardiola è vuota: non si vede un essere umano nel raggio di un chilometro. Che fare? Ingraniamo la prima e percorriamo questa lunga strada in salita ricca di curve tortuose, interminabile. L’aria occupata dall’ospedale, infatti, è molto vasta e da un reparto all’altro bisogna necessariamente affrontare un lungo percorso. Cerchiamo informazioni ed aiuto alla prima sezione che incontriamo: il pronto soccorso.

Alla fine di una lunga spiegazione ci ritroviamo nella seconda sezione con vari reparti . Ma neppure quello è il sito giusto. Otteniamo l’ennesima informazione che ci conduce, un po’ spazientite, in una traversina strettissima dove all’uscita notiamo un gruppo di persone disperatamente in lacrime: ci avevano indicato la “sala mortuaria” dove consegnare l’autopsia.

La signora Santina anziché arrabbiarsi, come puntualmente è successo a noi, s’è fatta una risata commentando che tutto ciò “porta bene”. Superstizione a parte, porta bene a chi? Vorrei vedere la signora e tanti altri anziani con difficoltà seri di deambulazione, bambini, donne in gravidanza ed altri percorrere chilometri e chilometri a piedi tra un reparto all’altro.

Esiste un bus che ogni tanto sfila passandoti beffardamente accanto. Ma è uno solo e attenderlo significherebbe perdere una giornata intera in ospedale: una vera e propria gita fuori porta senza vivande e bevande “a sacco”.

Senza alcuna successiva vana informazione ricorriamo al più soddisfacente “fai da te” ed arriviamo al reparto tanto agognato. Ci liberiamo finalmente della “consegna” e ci avviamo all’uscita. Ci rendiamo conto che da poco sono passate due ore dall’ingresso in quella “labirintica trappola”. Perché tutto è così difficile? Perché anche le cose, apparentemente molto elementari, diventano imprese da titani?

Nessuna organizzazione vera, un personale impreparato, svogliato, inefficiente: in questo meridione manca la civiltà, il rispetto per chi soffre.

Manca la dignità che dovrebbe caratterizzare la civile convivenza tra gli esseri umani.

Ed a subirne le conseguenze è sempre il più “debole”.

L’immagine è tratta dal sito:  http://www3.unict.it

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