Nel caso di Messina, si è trattato di una catastrofe annunciata

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giorgiodimartinoIl primo ottobre un mare di acqua e fango ha invaso la frazione di Giampilieri, nel messinese. L’Italia intera si è mobilitata per portare aiuto alla popolazione. In prima linea, così come per tutte le emergenze, i Vigili del Fuoco. Anche il Comando Provinciale di Ragusa ha dato il suo contributo in termini di uomini e mezzi.
A un mese dal disastro abbiamo intervistato Giorgio Di Martino, uno dei funzionari tecnici che hanno partecipato alle prime operazioni di soccorso.

Qual è l’apporto che i Vigili del Fuoco di Ragusa hanno dato e stanno dando?
«Appena scattata l’emergenza, le colonne mobili dei comandi calabresi, campani, laziali e toscani si sono immediatamente messe in viaggio per raggiungere la zona del disastro. Dai comandi siciliani sono invece partite due sezioni operative dai comandi di Catania e Palermo e una da ognuno degli altri sette comandi. Da Ragusa è intervenuta una squadra operativa composta da nove unità e un funzionario tecnico, oltre che diverse squadre e mezzi per le altre attività comunque connesse all’emergenza. Tuttora ogni 24 ore una squadra va a dare il cambio a quella partita il giorno prima, mentre il funzionario tecnico resta nei luoghi del disastro per 4 giorni consecutivi in modo da garantire una certa continuità al personale operativo. Io sono rimasto nel messinese per circa 9 giorni, aggregato all’Unità delle Comunicazioni».

Che situazione c’è a Giampilieri e nelle zone limitrofe?
«Arrivando nella zona dell’alluvione si resta basiti, impietriti. Buona parte della montagna è venuta giù, portando con sé fango, acqua, detriti e, purtroppo, vite umane. Quando siamo arrivati a Giampilieri il fango era così tanto che si camminava all’altezza dei primi piani. Le assicuro che non è una sensazione per niente piacevole. Nella prima fase abbiamo cercato di liberare le strade, poi siamo passati alle case».

Che cosa ricorda di quei giorni, cosa le è rimasto dentro?
«È stato molto toccante ritrovarsi accanto a persone che avevano perso un familiare o un amico. Tutti sapevano che a quel punto per i dispersi non c’era alcuna possibilità di essere ritrovati in vita, ma quello che ci chiedevano era di ritrovarne il corpo per potergli dare un degno funerale, per poter avere un posto dove piangerlo. In quei momenti si capisce che noi Vigili del Fuoco facciamo solo una parte del lavoro e che bisognerebbe anche prevedere delle strutture a sostegno dei familiari delle vittime».

Che differenza c’è, se c’è, tra un’alluvione o un terremoto?
«Ogni emergenza è diversa dall’altra, perché sono diversi i compiti che ci vengono assegnati. Sono stato a Palermo e a Zafferana Etnea, in occasione degli eventi sismici che avevano colpito quelle località, e in quei casi, essendoci stati solo danni alle strutture, nel lavoro non c’erano ansie legate al ritrovamento delle persone. A differenza invece del terremoto che lo scorso aprile ha colpito l’Abruzzo dove c’erano i dispersi da cercare tra le macerie. In quel caso si è riusciti ad intervenire con rapidità perché il terremoto non sposta le cose e le persone. Nel caso di Giampilieri la situazione è stata più drammatica perché camminando sul fango veniva da pensare che sotto i tuoi piedi ci potevano essere dei corpi senza vita. Lì molta gente è stata ritrovata anche a 800 metri di distanza, trascinata dalla furia del fango. Questa è una situazione che dà un senso di impotenza, perché non è legato esclusivamente alla velocità dell’intervento ma all’impossibilità di capire in quale esatto punto bisogna intervenire».

Si poteva evitare questa tragedia?
«Questa è una domanda che non dev’essere posta a chi si occupa e si preoccupa della fase emergenziale nel momento in cui l’evento si è verificato. Se però la legge 225, che ha istituito il Servizio Nazionale di Protezione Civile, tra i suoi primi articoli prevede le attività di previsione e prevenzione, relegando alla fine l’attività di soccorso, un motivo ci sarà e non certamente perché quest’attività sia meno importante delle prime due. Semplicemente perché se la previsione e la prevenzione vengono svolte bene, l’attività di soccorso diventa superflua. Nel caso di Messina, possiamo ben dire che si tratta di una catastrofe annunciata, visto che negli ultimi 11 anni in quella zona ci sono state 4 alluvioni. Evidentemente l’attività di previsione non è stata fatta in maniera ottimale».

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