Cervello, il primo incontro non si dimentica

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Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Facoltà di medicina dell’Università di Ginevra e del Polo nazionale di ricerca per le scienze affettive, pubblicato sulla rivista Social Neuroscience, ha dimostrato che il nostro cervello conserva le emozioni provocate dalla vista di un volto per poi farle riemergere ad un incontro successivo anche se lontano nel tempo, in particolare maggior impatto ha l’immagine di un volto minaccioso.

Il ricordo di un’emozione si conserva grazie alla memoria implicita o memoria emotiva, attivata dall’esperienza sensoriale con l’ambiente e non dipende dalla volontà di ricordare.

Un determinato evento a cui è associato un suono o un’immagine verrà memorizzato anche con la sua colorazione emotiva-affettiva, assumendo un valore soggettivo. Il ricordo viene immagazzinato nelle diverse aree che sono state eccitate simultaneamente, così che questo possa essere evocato nel suo insieme da qualsiasi particolare purché facente parte della scena memorizzata.

La ricerca si è basata su un gioco interattivo in cui i partecipanti erano confrontati per due secondi con 16 volti dalle espressioni amichevoli e meno. Tramite Risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno potuto constatare che la prima impressione avuta va a influenzare le zone del cervello attivate nel corso del secondo incontro, anche se questo si svolge in condizioni assolutamente neutre. Le reazioni sono inoltre più forti per i volti percepiti come nemici.

Per Pascal Vrticka, uno degli autori dello studio, è logico che il cervello si ricordi meglio delle espressioni nemiche, dalla nostra memoria emotiva è dipesa la nostra sopravvivenza di specie: è quella che ci permette le reazioni istintive di fronte al pericolo, ad esempio ci comanda di ritirare la mano di fronte al fuoco ancor prima di esserci resi conto che ci stiamo scottando.

La conclusione è che, per riprodursi e migliorarsi, ogni essere umano farebbe capo alle sue capacità cerebrali in grado di valutare il valore dell’altro, per determinarne la natura potenzialmente amica o nemica, valutando in questo modo il beneficio di un eventuale legame oppure di una fuga.

Fonte: La Stampa.it

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