L’acqua privata e la borghesia italiana

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acqua-rubinettoAllarmati per la reazione dell’opinione pubblica alla privatizzazione dell’acqua imposta per decreto ad un Parlamento umiliato e con la testa bassa, scendono in campo i grossi calibri  della borghesia imprenditoriale italiana per manipolare il dissenso, farlo diventare consenso, convincere della bontà, della modernità o addirittura della futuribilità della gestione privata  dell’acqua. Gli oppositori alla privatizzazione vengono descritti dai pennivendoli meno fantasiosi come quei personaggi danteschi con la testa rivolta all’indietro e grandi lai si levano per lo spreco del trenta per cento di preziosa acqua potabile a causa delle tubature “colabrodo”……

Il Dr.Franco De Benedetti, se non erro senatore PD, parla dei sostenitori della gestione pubblica dell’acqua come dei nostalgici di un piccolo mondo antico (la frase non mi è nuova) che forse non era tanto da rimpiangere (per lui) e si sforza con singolari acrobazie verbali di definire l’acqua come un bene non pubblico…..perché  gli fa concorrenza l’acqua “minerale”!!!! Ignora il piccolo particolare che l’acqua minerale viene “comprata” in alternativa al consumo l’acqua pubblica e che non succederebbe niente se le industrie produttrici di acque minerali chiudessero improvvisamente o volessero imporre prezzi esorbitanti dal momento che il consumo primario, essenziale, dell’acqua verrebbe sempre assicurato dall’acquedotto municipale o consortile. La deduzione del Senatore secondo la quale l’acqua non è tecnicamente un bene pubblico è del tutto tirata per il collo ed inattendibile.

Ma la lettera del Senatore è pubblicata in bella vista e con molto risalto da “Repubblica” e suona

polemica e correttiva ad un articolo di Rumiz. C’è insomma una operazione che tende all’allineamento dell’informazione italiana sugli interessi delle multinazionali dell’acqua e degli appetiti che nel mondo imprenditoriale italiano fallito sul piano industriale e della innovazione tecnologica e di qualità  che  cerca e trova agevolmente nel  “pubblico” terreno di facili, facilissimi business. Che cosa c’è di più facile che gestire un bene monopolistico come l’acqua, senza mercato, senza concorrenza, imponendo i prezzi di vendita attraverso le tariffe e riscuotendole con le bollette? La fallita imprenditoria italiana, sconfitta dal mercato nonostante i salari da schiavi che corrisponde, da un pezzo, attraverso le amicizie politiche del centro-destra ma anche del centro-sinistra, spolpa i servizi pubblici italiani: telecomunicazioni, poste, sanità, energia,  ferrovia, scuola, servizi esternalizzati delle regioni e dei comuni. Risultato di questo assalto furioso dei pirana ai beni pubblici è un generalizzato scadimento dei servizi ed un aumento delle tariffe per i consumatori. In compenso è aumentato il numero di squali managers, amministratori delegati, consiglieri, consulenti che succhiano come mignatte compensi da milioni di euro scaricate sul groppone degli utenti.

Vi siete mai chiesti perché non esiste un rapporto consuntivo delle privatizzazioni realizzate in Italia?

Perché non esiste un confronto tra il prima ed il dopo? L’Italia ha conosciuto la sua fase di splendore economico e sociale per via della nazionalizzazione dell’industria elettrica e del poderoso sistema delle partecipazioni statali che ci mise in condizioni di rastrellare una enorme quantità di brevetti e di essere all’avanguardia in settori essenziali come la chimica, la siderurgia, l’elettronica.

I nostri politici bipartisan che sostengono le privatizzazione (è una scelta ideologica camuffata da empirici interessi pratici inesistenti) dovrebbero avere l’onestà di parlarci della presenza dei privati nelle gestioni di alcuni acquedotti italiani come quello di Arezzo. Ci parlino dei patti parasociali che mettono i comuni nelle mani di studi legali  che  riescono ad estorcere il pagamento di penali salatissime  Ci spieghino anche come il costo dell’acqua viene quintuplicato. A causa del peso crescente delle bollette, non  sappiamo quanti anziani sono stati spinti al suicidio e quante famiglie gettate nella più cupa disperazione.

Infine, il controllo dell’acqua è un grosso problema politico. Gli antichi re Incas imponevano ai loro sudditi un accesso all’acqua graduato dal loro livello gerarchico. La prima acqua spettava ai re e poi a scendere a scendere fino agli schiavi ai quali arrivava sporca e nauseante. Dal momento che il futuro che il liberismo spunta sempre dal nostro passato remoto (precontratto sociale) nei rapporti di lavoro come in quello dei servizi non escludo che con la privatizzazione avremo diverse qualità di acqua da erogare a seconda delle possibilità economiche dei consumatori. Insomma perché io debbo bere la stessa acqua di Berlusconi o di De benedetti?  Berrò l’acqua che a seconda della tariffa che potrò pagare dopo  quella che viene chiamata remunerazione del “costo del capitale” impiegato (sic!) che certamente non potrà che essere scadente. Non sembrino esagerate o fantascientifiche queste previsioni!

Le proposte liberiste scaturiscono da fantasie non solo premoderne, preindustriali, ma precivili da una regolazione feudale dei rapporti sociali derivante dalla imposizione  delle oligarchie dominante.

Chi può escludere domani il taglio degli approvigionamenti idrici alle periferie povere delle città come gli israeliani fanno oggi con i palestinesi? Quando i ricchi si saranno rinserrati dentro quartieri fortificati e chiusi al traffico pubblico perchè il resto della città deve continuare a ricevere i loro stessi servizi?

Per questo invito tutte le persone che vogliono il mantenimento delle basi comuni di civiltà alla società italiana di rafforzare gli acquedotti pubblici versando volontariamente un aumento del dieci per cento delle bollette per creare un capitale di salvaguardia di un bene che vale la pena presidiare e salvaguardare dai voraci squali che girano in cerchio e vogliono azzannarlo…

Difendiamo con orgoglio la gestione pubblica, la nostra gestione comunitaria!

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