Copenhagen -7. L’accordo sul clima rischia il fallimento

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cop15Fra una settimana esatta avranno inizio i lavori della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Dal 7 al 18 dicembre i leader mondiali si incontreranno a Copenhagen per raggiungere un accordo che sostituisca il Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012, ma i negoziati rischiano di fallire per le posizioni, ancora distanti di molti Paesi.
Oggi le indiscrezioni sulla bozza di programma che il governo danese presenterà ufficialmente domani, hanno provocato le reazioni negative dell’India. La bozza, che nelle intenzioni potrebbe essere una base su cui sviluppare l’accordo sul clima, propone un taglio globale delle emissioni di Co2 del 50%, rispetto al 1990, entro il 2050, percentuale che per i Paesi più ricchi dovrebbe essere dell’80%. Il documento conviene che l’aumento della temperatura della Terra dovrà essere limitato ai 2 gradi centigradi e indica il 2020 come l’anno in cui le emissioni potranno toccare il picco massimo. La bozza non contiene, invece, obiettivi a breve termine per frenare i cambiamenti climatici già in atto.
L’Unione europea, dal canto suo, prevede di stanziare 30 miliardi di euro ai Paesi poveri entro il 2020, anche se sembra che non si tratti di nuovi fondi ma di un cambio di destinazione di quelli già esistenti, cosa che mette a rischio il summit.
Intanto il ministro dell’Ambiente indiano, Jairam Ramesh, ha espresso tutto il suo rifiuto per la proposta danese, considerata “totalmente inaccettabile” dai Paesi emergenti, come Cina, Sudafrica e Brasile, che domani presenteranno una loro bozza. I Paesi in via di sviluppo, che non si sentono responsabili dei cambiamenti climatici, rifiutano ogni vincolo sulla riduzione delle emissioni e sulle date di raggiungimento del loro picco massimo, pena l’abbandono del tavolo dei negoziati.
Nei giorni scorsi anche i 2 maggiori inquinatori mondiali, Usa e Cina, hanno annunciato i loro, a dire il vero modesti, propositi in favore del clima. Gli Stati uniti, responsabili del 16% delle emissioni mondiali, sono disposti a tagliare, entro il 2020, le loro emissioni di Co2 del 17% rispetto al 2005, che, in rapporto al 1990 equivale a un 4%. Il programma Usa prevede una successiva riduzione, sempre rispetto ai livelli del 2005, del 30% entro il 2025, del 42% entro il 2030 e dell’83% entro il 2050.
La Cina, che emette in atmosfera circa il 21% delle emissioni globali, si impegna a una riduzione del 40-45% per unità di Pil entro il 2020. Anche la Cina prende come riferimento i valori del 2005 e il rischio del meccanismo proposto è quello di inquinare di più in caso di crescita del Pil annuo superiore al 5%.
Lo scontro fra Danimarca e India indica, secondo il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che i negoziati sono arrivati al nocciolo del problema: “il rapporto fra Paesi industrializzati e Paesi emergenti”.

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