Il peso della sentenza: Amanda e Raffaele sorvegliati a vista

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482ef9eeaa9f5_zoomSi sta concludendo il primo giorno degli oltre 20 anni che  Amanda Knox e Raffaele Sollecito passeranno in carcere per l’omicidio di Meredith Kercher. Amanda e Raffaele sono stati rispettivamente condannati a 26 e 25 anni di carcere. L’anno di differenza è imputato ad Amanda per il reato di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, accusato dalla ragazza e finito in carcere, dove è rimasto qualche giorno prima di essere scagionato.

Una lunga notte, quella dopo la sentenza, in cui i due ragazzi sono state sorvegliati a vista.

“Mi sembra di vivere in un incubo infernale: cosa faccio adesso?”. Questo il commento di Raffaele Sollecito alla sentenza di ieri sera. Il ragazzo ha accusato gravemente il colpo, chi l’ha visto ha riferito che  non sta bene tanto che l’avvocato Luca Mauri ha chiesto ai responsabili del carcere di Capanne di tenerlo sotto stretta osservazione e di valutare se fosse il caso di rafforzare l’assistenza psicologica.

Amanda Knox ha passato la notte a piangere. Delusa e amareggiata continua a dire: “Nessuno crede in me – ha ripetuto ai suoi interlocutori – e non capisco perché. Ho sempre detto la verità, non sono stata io ad uccidere Meredith”. Amanda si è anche detta molto dispiaciuta per i suoi familiari, sperava, e credeva, di poter uscire e tornare con loro negli Stati Uniti. Rientrata in carcere poco dopo l’una, Amanda è stata accolta dalle sue compagne di cella che hanno cercato di confortarla.

Uno dei giurati ha riferito che è stata una decisione molto difficile perché partiva dal presupposto che l’ergastolo fosse “una pena troppo dura per due ragazzi di vent’anni”. “E’ stata una lunga giornata per arrivare ad una decisione molto sofferta – dice all’ANSA chiedendo l’anonimato il giurato – abbiamo valutato le prove che c’erano e quelle che non c’erano. E l’ergastolo era sicuramente una pena troppo dura per due ragazzi di vent’anni”. “Allora – sottolinea – avremmo dovuto dargli la pena di morte e non pensarci più”. Su come la Corte abbia votato il giurato non si esprime ma fa intendere che alla fine i sei giudici popolari, il presidente Giancarlo Massei e il giudice Beatrice Cristiani abbiano trovato un’intesa. “Ognuno ha espresso la propria opinione. Chi in un verso chi in un altro – conclude – e poi ci siamo indirizzati verso la sentenza che poi è stata emessa”.

I due magistrati avevano chiesto per i due imputati la condanna all’ergastolo ma la Corte ha concesso loro le attenuanti generiche, con la conseguenza di uno sconto di pena. Per la Corte presieduta da Giancarlo Massei, Sollecito e la Knox erano, insieme a Guede, nella casa di via della Pergola quando, nella notte tra il primo e il 2 novembre del 2007, Mez venne uccisa con una coltellata alla gola nel corso di un aggressione maturata in un contesto a sfondo sessuale e di risentimento. Quello provato dalla Knox nei confronti della sua coinquilina che – in base alla ricostruzione accusatoria – la criticava per la scarsa igiene e perché aveva portato alcuni ragazzi in casa. Per i pm fu la Knox a portare Guede e Sollecito nell’appartamento dove cominciò una discussione tra le due giovani sfociata nell’omicidio. Fu Amanda – hanno ritenuto gli inquirenti – a colpire al collo l’inglese con un coltello portato da casa di Sollecito mentre il suo allora fidanzato la teneva insieme all’ivoriano che tentò anche un approccio sessuale. Quest’ultimo fuggì e venne poi arrestato in Germania mentre Sollecito e la Knox tornarono nella casa – secondo l’accusa – simulando un furto per sviare le indagini. Per conoscere perché i giudici hanno condannato i due giovani sarà necessario attendere il deposito delle motivazioni della sentenza.

La Corte d’assise deve però avere ritenuto attendibili gli elementi raccolti dalla squadra mobile, dallo Sco e dalla polizia scientifica. Come il Dna di Sollecito misto a quello della vittima trovato sul gancetto del reggiseno di Meredith o il suo codice genetico isolato, insieme a quello della Knox, su un coltello da cucina sequestrato in casa del giovane pugliese. L’arma del delitto secondo gli inquirenti, anche se le difese hanno ripetutamente contestato la sua compatibilità con le lesioni. Tra gli elementi sui quali i pubblici ministeri hanno fondato la loro ricostruzione c’é la testimonianza di Nara Capezzali che la notte dell’omicidio sentì un urlo straziante provenire dalla casa del delitto e poi passi di tre persone fuggire. Eppure Sollecito e la Knox hanno ripetuto che la notte del primo novembre loro nella casa di via della Pergola non c’erano. Si trovavano invece nella casa del giovane pugliese – secondo la loro versione – dove videro il film “Il favoloso mondo di Amelié”. Le loro difese hanno contestato l’attendibilità dei testimoni e i metodi di repertazione e analisi delle tracce con il Dna. Inutilmente però. Perché per la Corte d’assise di Perugia Sollecito e la Knox sono i responsabili dell’omicidio di Meredith Kercher.

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