Enrico IV sul trono di una “saggia” follia: Ugo Pagliai al teatro Ambasciatori di Catania

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pagliai

Affrontare le tematiche pirandelliane non è cosa da poco se si pensa che la genialità del vincitore del nobel per la letteratura consiste nella dimostrazione tangibile che la follia dell’uomo sta proprio nella sua spesso inopportuna saggezza. La vita vista come un enorme palcoscenico in cui ognuno degli esseri viventi recita una parte assegnata. Non sappiamo bene chi fa da regista a tutto questo. Il destino, un essere Superiore o l’uomo stesso? Ognuno regista di se stesso.

Ma, all’Enrico IV che siamo andati a vedere presso il teatro Ambasciatori di Catania, la regia l’ha firmata Paolo Valerio e lo ha fatto nel modo più semplice possibile lasciando libero sfogo agli attori e libera interpretazione agli astanti.

La maestria dello spettacolo è riconducibile proprio alla tematica trattata: la follia dell’uomo, la sua perseveranza nell’ambiguo, nel gioco delle parti, nel suo “districarsi” per una migliore soluzioni ai problemi che via via si presentano durante il “duro mestiere di vivere”.

La produzione è del Teatro Stabile di Verona Fondazione Atlantide Gat II e del Teatro Stabile del veneto “Carlo Goldoni”. Le scene sono di Graziano Gregori, i costumi di Carla Teti, le musiche di Antonio di Pofi, le luci di Enrico Berardi.

Abbiamo notato fin dalle prime battute la differenza di recitazione tra i vari attori: i livelli erano nettamente diversi fino ad arrivare alla scuola raffinata, intensa, curatissima di Ugo Pagliai nella parte del protagonista. Un po’ sottotono, forse per la stanchezza, la compagna dell’attore, la “signorile” Paola Gassman nel ruolo della marchesa Matilde Spina.

La trama della commedia è molto singolare: un uomo cadendo da cavallo crede di essere il re Enrico IV di Germania e per vent’anni vive chiuso nella sua fantomatica villa attorniato da servitori fittizi e profittatori che lo assecondano nella sua voluta pazzia. Andrea De Manincor, Francesco Godina, Francesco Mei sono i giovani interpreti dei servitori, il loro consigliere Landolfo è caratterizzato da un deciso Roberto Vandelli. Nella contenuta e severa parte del maggiordomo Giovanni ritroviamo Teodoro Giuliani, bravo e dai movimenti militareschi che a tratti ci ricordano “ la creatura” nata dall’esperimento del dottor Frankenstein.

Dopo vent’anni il “Re” riceve la visita della donna di cui si era innamorato, Matilde Spina insieme al marito Belcredi, suo vecchio rivale in amore e della loro figlia Frida. Enrico, per i primi dodici anni veramente pazzo mentre durante gli otto rimanenti rinsavito ma ancora consapevolmente calato nel personaggio insano, accogli gli ospiti con i convenevoli richiesti dal rango. Un dottore accompagna i visitatori. E’ sua l’idea di mettere davanti ad Enrico IV madre e figlia, abbigliate con lo stesso vestito indossato durante la passata cavalcata per evidenziare il divenire del tempo e farlo così tornare alla realtà della vita finalmente sano.

Il ruolo del medico Dionisio Genoni è ricoperto dall’attore Roberto Petruzzelli bravo nel caratterizzare il personaggio con una raffica di termini tecnici attinenti al tema medico spesso incomprensibili ed ingarbugliati in modo esilarante. Alessandro Vantini è il barone Tito Belcredi, a nostro avviso interpretato con troppa, evidente aria di sufficienza.

La paurosa figlia Frida è la giovane Beatrice Zardini ed il fidanzato, il marchese Carlo di Nolli è l’adeguato, protettivo Giuseppe Lanino.

Durante il vivacissimo dialogo dei personaggi, la follia si converte diventando saggezza e quest’ultima ci appare inconsapevole follia.

E’ un gioco di paura del vivere, paura di amare, timore dell’essere tra passato e presente nell’aspettativa amara di qualcosa e qualcuno che mai arriverà.

La storia di un uomo fragile che si rifugia nella pazzia per inettitudine, per esorcizzare un mondo cinico e meschino dove il più forte soggioga l’ indifeso.

Tutto ciò si potrebbe ben racchiudere in una sola parola: la solitudine.

Ed ogni uomo ha un modo diverso d’affrontarla, di viverla, di contenerla.

Cinque minuti ininterrotti di applausi del numerosissimo pubblico, sottolinea in modo degno la bravura di Ugo Pagliai che si è mostrato commosso come segno di riconoscimento.

Non basterebbe una vita intera a sottolineare, invece, la genialità di un nostrano Luigi Pirandello.

Orgoglio e diletto di una Sicilia che nella follia della sua bellezza riscopre il valore decadente dell’arte di vivere.

 L’immagine è tratta dal sito: tdic.it 

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