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Dal 16 novembre, data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 150, il cosiddetto “decreto Brunetta”, cambia il contratto nazionale del comparto scuola, ma l’avvio delle trattative per il rinnovo del contratto vede non pochi nodi da sciogliere.

Molte le novità previste, alcune particolarmente rilevanti per il personale ATA, altre che dovranno essere vagliate da un apposito provvedimento del Governo per coinvolgere anche il personale docente.

Complicata la storia attuale della scuola Italiana, complicati i problemi da risolvere.

In primis non sono ancora stati definiti i nuovi comparti di contrattazione, come previsto dal decreto legislativo 150.

Si attende poi che il Governo sciolga il nodo delle modalità di applicazione di una parte del decreto 150 al personale docente della scuola: le disposizioni contenute nei titoli II e III del decreto e in particolare quelle relative al riconoscimento del merito e alla distribuzione dei compensi accessori non sono immediatamente applicabili al personale docente; lo stabilisce il 4° comma dell’articolo 74 che demanda ad un decreto della Presidenza del Consiglio il compito di definire le modalità applicative delle nuove norme contrattuali.

Per il personale Ata, al contrario, le disposizioni sono proprio quelle previste dal decreto: al 25% del personale, collocati nella fascia di merito alta, dovrà essere attribuito il 50% del monte retributivo accessorio complessivo, al 50% del personale, la fascia intermedia, verrà attribuito il restante 50%, al 25% della fascia di merito bassa, non verrà riconosciuto alcun compenso.

Il Governo dovrà necessariamente emanare l’atto di indirizzo indicando anche le risorse disponibili che già si preannunciato molto modeste e comunque ben al di sotto delle richieste sindacali.

La parte pubblica ad oggi è ferma a meno di 20 euro di incremento medio, il resto delle risorse che arriveranno dalla Finanziaria si intende distribuirle tenendo conto di tre parole che unite danno la formula magica “ valutazione, trasparenza e premialità”.

Valutazione del singolo ente statale, trasparenza nelle comunicazioni e nel servire l’utenza e premialità per incentivare i dipendenti migliori.

Pronunciando il magico abracadabra la nuova pozione magica dovrebbe essere adottata, indistintamente, nella contrattazione nazionale ed integrativa, per determinare il budget da destinare a tutte le amministrazioni, i dirigenti e i dipendenti.

I sindacati rivendicano duecento euro, meno di venti propone il Governo, queste le premesse di partenza da cui prenderà il via nelle prossime settimane la trattativa per il rinnovo del contratto economico del comparto scuola che per la prima volta avrà durata triennale.

Raggiungere un punto di accordo non sarà un’impresa facile.

A tal proposito la riforma prevede, anche a seguito di un accordo sottoscritto tra parte pubblica e sindacati il 22 gennaio 2009, che vengano adottati due livelli contrattuali: il contratto nazionale e quello decentrato di amministrazione o, in alternativa, territoriale. L’attuale contrattazione d’istituto potrebbe quindi essere sostituita da una sovra-ripartizione dei fondi da destinare al personale a livello regionale.

E in ogni caso, a prescindere dall’entità degli aumenti, la linea di indirizzo che la Funzione Pubblica ha avviato per i suoi dipendenti, proprio attraverso la L. 150/09, è la destinazione di un bonus maggiore, fino al 30% dello stipendio, di incremento annuo per il 25% del personale più meritevole, un incremento medio per la metà dei dipendenti di ruolo e zero aumenti per il rimanente 25%. Supponendo che la suddivisione di ogni singolo istituto possa sostanzialmente rispecchiare la realtà dei dati nazionali, resta ancora da capire a chi spetterà decretarla. Si tratta di un compito non certo facile, soprattutto nel comparto scuola, dove non si deve verificare solo l’abilità nell’organizzare ed intraprendere progetti a supporto delle lezioni e della didattica curricolare, ma soprattutto si dovrebbe incentivare il lavoro svolto in classe. Ma non dimentichiamo: molte sono le variabili che influenzano i risultati formativi, sono molte ed indipendenti dall’abilità dei docenti, si consideri ad esempio il livello studenti, il contesto scolastico, il territorio locale, le risorse di rete e altre ancora.

E’ naturale pensare che sarà davvero difficile determinare una ricetta universale ed applicabile in tutte le condizioni. Sicuramente affidare l’arduo compito ai dirigenti scolastici non appare la soluzione migliore…a meno che non abbiano “la bacchetta magica”.

Fonte: Tecnica della Scuola.it

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