“L’Impresario delle Smirne” di Goldoni.

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impresario

Tutti contro tutti per il gusto di primeggiare, per l’esclusivo orgoglio di essere “la prima”. Tre donne che si contendono lo scettro di “regina” dello spettacolo programmato a Smirne: la romagnola Annina (Alvia Reale), la toscana Lucrezia (Gaia Aprea), la veneta Tognina (Anita Bartolucci). E poi un uomo in scena interpretato da una giovane donna nella vita, il siciliano poeta-filosofo Maccario (Giovanna Mangiù), un talent manager, il romano “burino” Conte Lasca (Max Malatesta), un cameriere orgoglioso di locanda Carluccio (Paolo Serra), il cantante “soprano” convinto e spocchioso Beltrame (Alberto Fasoli), il malaticcio tramite dell’impresario turco Alì (il bravo Eros Pagni), Nibbio (Enzo Turrin) ed infine il compagno sottomesso e non convintamente accondiscendente dell’attempata Tognina, Pasqualino (Gianni Giuliano).

Sono questi gli “ingredienti”, alquanto saporiti, goderecci e appetibili, di un menù teatrale ben amalgamato de “L’impresario delle Smirne” di Carlo Goldoni domenica pomeriggio al Teatro Verga di Catania, prodotto dal Teatro Stabile della città etnea in collaborazione con lo Stabile del Veneto.

La regia ben programmata e curata è di Luca De Fusco, le scene di Antonio Fiorentino, i costumi appropriati, settecenteschi con la forte predominanza del “corposo”, passionale colore rosso di Maurizio Millenotti, l’elaborazione musicale di Antonio Di Pofi, le coreografie di Alessandra Panzavolta, le luci di Emilio Benezzi.

In un mondo di ballerine, pseudo tenori e discutibili “soprani”, poeti pieni di filosofica immaginazione, si muove una commedia dai toni sarcastici e dalle connotazioni sceniche a tratti convulse, dai movimenti ben articolati dei personaggi scanditi dalle note melodiche di un pianoforte i cui tasti sono sfiorati dalla maestria di Marco Persichetti ai piedi di un palcoscenico essenziale nei particolari nell’ambientazione del periodo riprodotto, in camerini “mobili” dove le primedonne curano il personale maquillage specchiandosi fintamente: luci molto intense illuminano i loro volti, vesti molto succinte delineano dei corpi sinuosi, esageratamente sensuali nelle movenze.

La parodia della vita tra l’essere e l’apparire in un gioco di ruoli, di parti, di favoreggiamenti, di corruzione intellettuale, di stimoli dei corpi più che delle menti, di “svendita” biasimabile per essere “prima”.

Quale sia il premio della gara è facilmente deducibile: la sconfitta della coscienza, la perdita dei valori che rendono degna la vita di essere vissuta.

Un grande riconoscimento per la bravura, per la mimica ineccepibilmente credibile ed appropriata va all’attore Eros Pagni che è riuscito a far sorridere il pubblico in ogni suo intervento: strani questi italiani che vogliono esser “primi”. Ed i secondi non sono importanti? Ed i terzi? Tutti sono importanti per dar vita allo spettacolo di Smirne, ma gli attori che si presentano ai provini non sono dello stesso avviso. Voce potente frutto di uno studio accurato nella modulazione vocale quello di Gaia Aprea, è palese il suo amore intenso per il musical e per il ballo.

La guerra si conclude con una sconfitta collettiva: l’impresario “scappa” lasciando del denaro da dividere tra i vari aspiranti. Solo quando la competizione collettiva cederà il posto all’unione per creare una compagnia comune e quando la donna conquisterà la piena consapevolezza che, vendendo il proprio corpo per “acquistare” il ruolo da protagonista conduce solo alla perdita inesorabile della propria dignità, si ristabilirà la pace tra i vari “artisti”.

L’umiltà è la dote unica per essere vincenti.

L’attore più bravo è colui che riesce a preservare nella vita i valori ed il talento: contro tutto e tutti.

L’immagine è tratta dal sito: emiliaromagna.teatro.com

 

1 commento

  1. ESAURIENTE E RICERCATA LA RECENSIONE.COLTI TUTTI GLI ASPETTI.PRECISE LE VALUTAZIONI SULL’INTERPRETAZIONE DEI SINGOLI ATTORI.

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