L’attitudine alla religiosità rallenta il progredire della demenza senile

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disturbi-di-memoria-nellanzianoQuesto il sorprendente risultato di una ricerca, pubblicata sulla rivista ”Current Alzheimer Research”, effettuata dai ricercatori Agostino GIRARDI e Alessandra COIN della Clinica Geriatrica dell’Università di Padova diretta dal professor Enzo Manzato.

Le malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer, non sono guaribili, l’utilizzo dei farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione e permettere al paziente uno stile di vita più dignitoso. Un grosso aiuto a chi soffre di demenza senile è l‘approccio col mondo esterno che stimola il malato, rallentando il decadimento cognitivo. In particolare in questa ricerca è stata valutata l’attitudine di una persona a credere in un’entità spirituale, più forte è questa tendenza, più il paziente si sente stimolato e meglio riesce a compiere anche le più banali operazioni quotidiane che spesso impediscono ad un malato di demenza senile di avere una vita normale.

I ricercatori hanno condotto lo studio su un campione di 64 pazienti affetti da Alzheimer in differenti stadi della malattia, monitorando per 12 mesi la progressione della demenza, dopo aver suddiviso gli ammalati in due gruppi: quelli con un basso livello di religiosità, e quelli con un moderato o alto livello di religiosità.

Il grado di religiosità è stato ottenuto grazie al Behavioral Religiosity Scale – BRS, ovvero una serie di test volti a misurare il comportamento religioso.  Per un anno questi pazienti sono stati sottoposti periodicamente a test in grado di misurare il loro stato mentale (Mini-Mental State Examination – MMSE) e la loro funzionalità nelle attività quotidiane, sia quelle che permettono un primo grado di autosufficienza quali vestirsi, lavarsi e mangiare da soli, sia quelle maggiormente complicate quali ad esempio telefonare o usare differenti apparecchi.

I malati di Alzheimer appartenenti al gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nel corso dei 12 mesi una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alto.

”E’ noto che gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo – spiega il professor Manzato – ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a ”credere” in una entità spirituale”.

Fonte: ASCA/ANSA

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