Jimi Hendrix – Valleys of Neptune

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jimi hendrix valleys of neptune

Sono passati quarant’anni dalla prematura scomparsa di Jimi Hendrix.
La morte – per capriccio, invidia o crudeltà – ci ha voluto privare di colui che è stato il più grande ed intenso interprete delle sei corde. Santificato dall’arte con un dono unico, non altrettanto benevolo il destino, con una vita sempre condotta al limite degli eccessi che, inevitabilmente, ne ha chiesto un prezzo elevatissimo. Una scomparsa che, tuttavia, non ha impedito al mito di crescere e radicarsi sempre più nell’immaginario rock, consacrando la magia di un artista che, come pochi, ha saputo coniugare nella musica passione e innovazione, eccesso e genio, esuberanza e arte: ovvero l’essenza intima del rock.
Inevitabile che un simile culto si nutrisse voracemente della sua musica. A dispetto dei soli tre album incisi da Hendrix, difatti, negli ultimi decenni il mercato è stato letteralmente invaso da una miriade di bootlegs, inediti e sedicenti tali, compilations prive di coerenza filologica, registrazioni clandestine non di rado qualitativamente inadeguate o di dubbia autenticità. Un vero e proprio scempio all’eredità sonora del chitarrista, compiuto in bilico sul filo sottile che divide l’ansia di profitto dal dovere di diffonderne la musica.

Valleys of Neptune”, l’album di inediti che esce l’8 marzo in tutto il mondo, ad un primo sguardo sembrerebbe dunque l’ennesima, bieca operazione commerciale. Ma, una volta tanto, è un piacere smentirsi. Per la prima volta vengono infatti pubblicate delle incisioni finite e compiute, non dei semplici abbozzi. Il tutto con il beneplacito della sorella Janie, unica depositaria dell’eredità, e curato personalmente da Eddie Kramer, storico ingegnere del suono di Hendrix, il cui apporto alla qualità sonora è pregevole.
Gli elementi per rendere quest’album imperdibile ci sono tutti, al punto da rendere l’attesa spasmodica presso tutti gli appassionati.
Ben sessanta minuti di musica suddivisi in dodici registrazioni inedite, incise presso gli studi Record Plant di New York tra il 1969 (subito dopo la realizzazione del capolavoro “Electric Ladyland”) e il maggio 1970 (poco prima della scomparsa avvenuta nel settembre dello stesso anno). I pezzi – con ogni probabilità si tratta di prove in studio in vista delle esibizioni dal vivo nei concerti – al di là del pregio artistico, possiedono anche una valenza storica da non sottovalutare, poiché fotografano un momento cruciale nella carriera di Hendrix, prossimo a lasciarsi alle spalle la collaudata collaborazione con la band degli Experience e ad intraprendere un nuovo percorso musicale con il bassista Billy Cox.
Non tutto può dirsi totalmente inedito. Alcuni pezzi sono già noti al pubblico, sebbene in altra forma. Altri sono versioni differenti di brani dalla fama consolidata (“Stone Free”, “Fire”, “Red House”), riproposti alla luce della notevole maturità acquisita nei seppur pochi anni di esperienza. Non mancano, poi, le cover: da una versione strumentale di “Sunshine of your love” dei Cream dell’amico Clapton, a “Bleeding Heart” di Elmore James.
E’ proprio lo spirito del blues, la musica del diavolo e dell’anima, la costante che nutre buona parte del lavoro e che aleggia con paterna benevolenza ad ispirare le note. Il tutto sorretto superbamente da una sezione ritmica che, con il suo pulsare, asseconda senza tentennamenti o sbavature l’estro chitarristico.
Diverse le perle che spiccano. Su tutte “Valleys of Neptune”, dall’arrangiamento complesso e sinuoso, forse un anteprima di come le muse stessero tentando Jimi e dove, se ne avesse avuto il tempo, lo avrebbero condotto. “Ships Passing In The Night” anticipa le tendenze sonore che prenderanno vita almeno un lustro dopo. La splendida “Hear My Train A-Comin” e “Crying Blue Rain” sono altri limpidi esempi di come si possa celebrare con ardore la liturgia del blues.

Riascoltare Hendrix è un’emozione che difficilmente lascerà insensibili i cultori del vero rock. I brani sono eseguiti in maniera magistrale, con una maestria tecnica a tutt’oggi unica e animati da quella focosa passionalità che legava indissolubilmente l’artista di Seattle al suo strumento musicale. Hendrix diceva spesso che la chitarra dovesse essere amata come una donna. Un paragone, quello tra musica ed amplesso, forse ardito e irriverente, ma basta ascoltarlo per comprendere come la metafora, seppur maschilista e impertinente, sia non priva di fascino.
Le sue dita ne accarezzano le corde, le sfiorano, le percuotono. Stempera la virilità nella sensualità, alternando la decisione ad una inusitata dolcezza. La chitarra risponde docilmente come le onde di un mare di cui ne asseconda la cadenza, procedendo all’unisono. L’assolo balza fuori inatteso, ad imprimerne il carattere, ad affermare il suo volere. Cambia così il ritmo, scivolando dalla contemplazione alla frenesia, abbandonandosi all’istinto della fiamma che arde in lui, piuttosto che alle regole armoniche. Nell’arco di un brano riesce ad essere master e slave, vittima e carnefice, amante e figlio di buona donna. La chitarra vibra al suo tocco e restituisce suoni mai raggiunti prima. Le sei corde piangono, fremono, ridono. A volte urlano e stridono per baciare il cielo. Un vortice di note che avvolgono l’ascoltatore. Un’esperienza che dovrebbe lasciare appagati e che, invece, si vorrebbe mai al termine.
Non di rado, al termine dell’esibizione la chitarra finiva consumata dalle fiamme. Oltre lo spettacolo, un gesto simbolico a testimoniare come da quel legame fosse scaturito tutto l’amore possibile e non restasse altro che abbandonare Eros tra le braccia di Thanatos.
Signori, questo è e sempre sarà Jimi Hendrix.

L’album in una battuta: virile

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Jimi Hendrix
Valleys of Neptune (Sony)

Tracklist:

  1. Stone Free
  2. Valleys Of Neptune
  3. Bleeding Heart
  4. Hear My Train A Comin’
  5. Mr. Bad Luck
  6. Sunshine Of Your
  7. Lover Man
  8. Ships Passing Through The Night
  9. Fire
  10. Red House
  11. Lullaby For The Summer
  12. Crying Blue Rain

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