Riformare la CGIL

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Oggi lo sciopero generale della CGIL, nonostante la cocciuta resistenza burocratica della sua nomenclatura che, attraverso la Camusso, ha escluso la questione dell’art.18 dagli obiettivi fondamentali da rivendicare, sarà attraversato da una grande corrente di inquietudine e di rabbia

per la legge approvata dopo un’incubazione durata due anni. La legge 1167 si occupa di “aggirare” e svuotare il ruolo di garanzia dell’art.18 ma anche di altre meschinità avvocatesche che degradano la legislazione senatoriale al ruolo di pezza di appoggio di chi vuole “fottere” i propri dipendenti.  Sarà molto più difficile per un lavoratore, spesso alle prese con il problema di mettere insieme pranzo e cena, ricorrere al Giudice per i propri diritti per gli ostacoli artificialmente creati dai topi di  Tribunale, dal divieto di intervenire imposto ai Magistrati, dal costo spesso in migliaia di euro di spese legali in caso di perdita anche se non trattasi di  ricorso “temerario”. Certo, se una causa di lavoro viene persa dall’azienda questa ha mezzi per pagarne le spese che in ogni caso vengono iscritte al suo bilancio e scaricate spesso sull’azionariato. Il lavoratore dovrà vendersi l’auto o ipotecare la casa per pagarle. Questo in ragione del fatto che è minus habet anche se il Ministro Sacconi, in perfetta malafede, sostiene la sua parità con il datore di lavoro.

Lo sciopero di oggi segnala una protesta verso una scelta che, se sarà timbrata dal Capo dello Stato, diventerà definitiva e difficile da revocare dal momento che, come è accaduto con la legge trenta, è assai improbabile che un governo di centro-sinistra non la confermi. L’abolizione di fatto dell’articolo 18 viene accettata da Cisl ed UIL che acquisiscono ulteriori poteri sui lavoratori diventando arbitri del loro posto di lavoro al posto del Giudice e non è sgradita a una certa burocrazia della CGIL, convertita alla sussidiarietà non solo del welfare ma anche della gestione dei diritti.

L’arbitrato privatizzerà la parte più importante del rapporto di lavoro assegnando alle parti la gestione di diritti finora affidati alla magistratura.

La legge 1167 è una pietra miliare nel processo di spoliazione dei diritti della persona-lavoratore partito dalla privatizzazione del collocamento con l’infame pacchetto Treu sulle agenzie interinali. Dopo di essa non resta al padronato italiano che espugnare l’INPS e l’INAIL  e mettere le sue avide mani sui fondi che costituiscono il patrimonio più grande dei lavoratori italiani. Con la complicità

dei sindacati hanno fatto del TFR una risorsa per la casta degli assicuratori. Avanzerà ancora la linea della “complicità” perseguita da Sacconi e da intere squadre bipartisan di parlamentari e funzionari che lavorano notte e giorno per trasfigurare la legislazione da garante dei diritti dei lavoratori a espressione degli interessi della impresa.

Come afferma Brunetta, bisognerà abolire almeno dalla Costituzione materiale l’art. 1 (l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro). Il lavoratore torni pure ad essere l’utensile umano di cui parlava Aristotele! La Repubblica è fondata sulle imprese e magari sulle leggi razziste che assicurano manodopera ricattata a bassissimo costo.

Il Congresso della CGIL dovrebbe riflettere a fondo sulla degenerazione del ruolo del sindacalismo italiano che da un lato isola ed emargina le sue forze più combattive e dall’altro, attraverso il funzionamento dell’alleanza delle tre grandi sigle, asseconda un processo di impoverimento materiale e contrattuale che sembra essere arrivato alla sua punta estrema. Bisogna prendere atto che i patti parasociali dell’unità con Cisl ed UIL sono scritti dalla Confindustria che si avvale della collaborazione di importanti esponenti del PD.

La prima cosa che dovrebbe fare il Congresso è quella di dichiarare chiusa una fase dell’unità sindacale e lanciare un messaggio per la riapertura del dialogo con i Cobas per riposizionare la CGIL nel suo naturale alveo di sindacato autonomo dai partiti, dal padronato e dal governo. La CGIL deve tornare ad essere il sindacato di classe come tuttora viene vissuta dalle grandi masse lavoratrici che vivono nel suo mito e si rifiutano di crederla diversa da quella che hanno nel cuore.

La seconda cosa è avviare un processo di netta separazione tra dirigenza e burocrazia e darsi una struttura simile a quella della Confindustria. Dirigenti delle categorie eletti e rinnovati periodicamente e funzionari a tempo pieno dediti soltanto alla gestione della organizzazione e delle politiche decise dai gruppi dirigenti di categoria. Questo non significa abolire la confederalità che resta un valore fino a quando non diventa una camicia di forza.

La CGIL dovrebbe chiedere al Parlamento l’approvazione di una legge quadro di attuazione dell’art.39 della Costituzione dal momento che il ruolo del Sindacato è cogente nella vita di milioni di persone.

Dovrebbe da subito destinare una parte dei contributi sindacali versati per delega dai lavoratori ad un fondo di solidarietà per soccorrere i propri iscritti in situazioni di emergenza. Penso che si dovrebbe cominciare da un programma speciale nella zona della Sardegna flagellata dalla disoccupazione. Il sindacato deve stare insieme al suo popolo ogni qualvolta ne ha bisogno. La sua crisi nel Nord a vantaggio della Lega è in grande parte derivata dalla sua burocratizzazione e dalla sua freddezza. Il solidarismo deve essere un valore per la CGIL, un ritorno alla grande tradizione della mutualità operaia. Gli zolfatai e poi i Fasci siciliani, sul finire dell’Ottocento, costituirono Leghe che avevano lo scopo di comprare la bara ai loro compagni che venivano sepolti in un telo. Ora la CGIL, con la sua enorme potenza economica, può destinare una parte di essa al soccorso della sua gente in difficoltà. Deve insomma umanizzare il suo ruolo che non è quello di mero compilatore di 740.

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