Google lascia la Cina: le tesi cinesi

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Come da tempo annunciato, Google ha ufficialmente abbandonato la Cina mantenendo pero una sua presenza ad  Honk Kong alla quale i cinesi possono rivolgersi senza censure. Secondo l’azienda in questo modo  si rispettano le leggi cinesi.

La causa della chiusura è stata, come è noto, la censura che le autorità cinesi  pretendono di imporre su alcuni temi politici anche se la Cina preferisce parlare di temi pornografici, truffe e altri reati comuni. Le autorità cinesi hanno la necessità politica di tenere sotto controllo la diffusione di notizie  per non infrangere il monopolio ideologico del Partito Comunista che rimane, secondo la Costituzione, la guida della società.

L’occasione della rottura è stato, in particolare, un attacco di hakcer alla posta di dissidenti cinesi che Google imputa alle autorità cinesi anche se queste negano decisamente di essere coinvolte.

Secondo le autorità cinesi Google ha “violato la sua promessa scritta” ed è “totalmente sbagliato” interrompere la sua attività  di ricerca in lingua cinese e di incolpare la Cina per presunti attacchi di hacker.

Il commento è stato molto contenuto e sobrio ma da mesi oramai le autorità preparavano gli internauti al fatto.

E’ in atto invece, sotto forma di richiesta di commenti al pubblico, una campagna vasta e capillare per propagandare  alcuni punti:

  • la Cina potrà vivere anche senza Google
  • il  ritiro è un tattica, una indebita pressione che minaccia la sovranità della Cina
  • la libertà assoluta  di Internet diminuisce il potere della legalità
  • Google è un gigante di tecnologie ma un nano di strumenti ideologici
  • Google dovrebbe adattarsi alla cultura cinese
  • Google non può tenere in ostaggio i navigatori cinesi

Sono tutti temi studiati apposta per sollevare lo spirito nazionale  al quale i cinesi sono estremamente sensibili e mettere in ombra il fatto fondamentale che si tratta di una censura sulla libertà di informazione che è il cardine della rete internet.

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Sede di Google a Pechino :dal “Remnim Ribao” ( Quotidiano del popolo)

 

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