Ben Sidran different

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Ben Sidran - Dylan DifferentDomenica 18 aprile, al Joy Club di Modica (RG), inserito nel cartellone della rassegna Note di Notte Winter, organizzata dall’Associazione The Entertainer, direttore artistico Mariolina Marino, è stato di scena il jazzista americano Ben Sidran per farci conoscere il suo “Dylan differente”, la sua personale rilettura di alcune delle canzoni di Bob Dylan.

Il pianista di Chicago, 36 incisioni al suo attivo e illustri collaborazioni con artisti del calibro di Eric Clapton, Steve Miller, Rolling Stones, Gil Evans, Manhattan Transfer, Dizzy Gillespie, Sarah Vaughan, Herbie Hancock, Wynton Marsalis e Van Morrison, ci ha dimostrato come canzoni a noi familiari possano essere spogliate e rivestite senza che per questo le stesse e il nostro orecchio debbano risentirne. Abbiamo così avuto modo di ascoltare Highway 61 Revisited o The Times They Are A-Changin’, citiamo solo due titoli ma il discorso si può estendere a tutti i brani eseguiti, con arrangiamenti che ci hanno sì colto un po’ di sorpresa ma che ci hanno fatto guardare con un’altra prospettiva (“allora non è necessariamente folk”, ci siamo detti tra noi e noi) l’intera produzione dylaniana.

“Italianotizie”, prima del concerto, ha avuto l’occasione di fare due chiacchiere con il musicista americano.

Lo avrà certamente già spiegato decine di volte, le chiediamo di farlo ancora una volta: com’è nata l’idea di reinterpretare Dylan?
Fin da ragazzo avevo una passione per le canzoni di Bob Dylan ma solo l’anno scorso ho realizzato che, fino a quel momento, nessuno si era mai misurato con il suo repertorio reinterpretandolo in chiave jazz. Così ho deciso di farlo io.

Perché ha scelto di inserire nell’album proprio quelle 12 canzoni e non altre?
Non c’è stata una ragione precisa. Per questo progetto avevo deciso di prendere in considerazione un centinaio di sue canzoni. Tra queste, alla fine, ne ho selezionate 25 e sono entrato in studio per registrarle. Quando però sono arrivato alla dodicesima mi sono reso conto che non c’era più bisogno di andare avanti e che il disco era pronto.

Quando ripropone Dylan, sente un’accoglienza differente nel pubblico europeo rispetto a quello statunitense?
Dylan ha un modo di cantare non molto chiaro, come se si mangiasse un po’ le parole. Io invece le canto in un modo molto chiaro, quasi scandendo le parole, e così questo spettacolo piace molto agli Americani perché tanti di loro riescono finalmente a capire le canzoni di Dylan.

Dovremo aspettarci, in futuro, un nuovo altro “Different”?
Certamente non ci sarà un altro Dylan different. Sto invece pensando a un “Randy Newman Different”. Ma per il momento è solo un’idea.

Stasera lei si esibirà in un club. Preferisce un posto come questo o per lei la musica è meglio ascoltarla in teatro?
Suonare nei jazz club mi piace. Mi piace, per esempio, esibirmi al “Village Vanguard” di New York o al “Sunset” di Parigi. Ma la differenza tra un posto e l’altro la fanno solo il pubblico che ti ascolta e dall’acustica della struttura dove si suona.

Che cosa pensa della musica italiana?
Conosco diversi artisti e penso dire che i jazzisti italiani non hanno nulla da invidiare agli americani. Mi piacciono molto Stefano Di Battista, Flavio Botto, Rita Marcotulli e Roberto Gatto, che è fantastico. I miei favoriti sono però i fratelli Deidda, Dario, Alfonso e Sandro Deidda.

(La foto è di Sergio Bonuomo)

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