La retorica dell’anniversario

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napolitano333

Il Presidente della Repubblica, con il fiato sul collo della contestazione leghista, si sforza di fare del 150° anniversario dell’unità d’Italia un avvenimento patriottico, in grado di infiammare i cuori degli italiani, di convincerli della grande forza morale che ci viene dal Risorgimento e dai suoi protagonisti da Garibaldi a Cavour. Di Mazzini si parla molto meno perché non è mai stato amato dalle classi dirigenti e dal Vaticano.

Anche il suo predecessore Carlo Azelio Ciampi si sforzò di farci amare l’Italia. La sua fissa era l’Inno di Mameli che riportò in grande auge. Non c’era occasione in cui non venisse suonato e, se non ricordo male, durante la sua presidenza fu anche rieditato per migliorarne la musica.

Ora le rievocazioni storiche dell’impresa garibaldina, lo sbarco dei Mille a Marsala, la sosta a Salemi, la conquista di Palermo, la risalita dalla Sicilia fino al famosissimo (se mai fu pronunziato) “Obbedisco”! di Teano con la consegna dell’intera Italia meridionale al Re Vittorio Emanuele Secondo che ne prende possesso dall’alto del suo cavallo non riescono ad accendere l’entusiasmo e la passione che Napolitano agogna nonostante la presenza dappertutto di scolaresche pronte a sventolare il tricolore che Bossi ed i Leghisti vorrebbero usare come carta igienica.

Credo che arriveremo al 2011 con il fiato grosso, in affanno, con un progetto propagandistico che

non riesce a fare breccia, a conquistare i cuori, a convincere.

Perché tanta freddezza, perché non scatta la molla del patriottismo?  Il ricordo del Centenario nel 1961 è stato più caloroso e fu animato da manifestazioni di spontanea adesione agli ideali unitari del Paese. L’Italia era più povera ma più solidale. Eravamo nel pieno di un progetto di crescita, di inserimento in Europa che allora era vissuta ed era un grande fattore di modernizzazione e anche di civilizzazione. Quando si voleva qualificare bene una norma si diceva “è ispirata alla cultura europea”.

Eravamo alla vigilia di una grande stagione di riforme in un progetto di unità che fu rappresentato dal centro sinistra e che portò alle innovazioni della scuola, della riforma agraria, della casa per tutti, del welfare. Ricchi e poveri erano dentro una barca in cui tutti remavano verso la conquista di  un posto al sole. Ci lasciavamo alle spalle l’Italia della grande fame descritta da Collodi in Pinocchio e rappresentata da Pulcinella e  cominciavamo a consumare in tutte le famiglie le bistecche prima riservate, e soltanto per qualche giorno la settimana, ai benestanti.

Per capire il prodigioso progresso rappresentato dalla possibilità di sfamarsi e di alimentarsi meglio basti pensare alle generazioni di rachitici e di nanerottoli sostituite da generazioni di ragazze e ragazzi splendidi e di almeno venti centimetri più alti dei loro predecessori.

Cinquanta anni dopo viviamo in una Italia popolata da infelici ed angosciata dal suo futuro che sembra scurissimo. La coesione sociale si è rotta. I Ricchi sono diventati assai più ricchi ed avidi, i poveri sempre più poveri. L’ascensore sociale rappresentato dalla scuola e dall’università non funziona più. Tra i  callcenteristi frustati  di Incisa Valdarno ci sono moltissimi laureati. Avere una o più lauree spesso significa una frustrazione maggiore a fronte del tritacarne rappresentato dalla legge Biagi. Restano in piedi soltanto le protezioni familiari delle corporazioni. I professionisti figli di professionisti, dai farmacisti agli ingegneri, continuano a stare bene. Le porte per quanti provengono da altri ambienti, da famiglie “basse” come si diceva spregiativamente un tempo, si sono richiuse per sempre.

Viviamo in una Italia governata da una Oligarchia rappresentata dal Ministro Calderoli leghista,  federalista ma anche, se il caso, secessionista il quale di contro al salasso cui saranno sottoposti i lavoratori  insiste nel mantenere praticamente inalterato il costo della politica e della parapolitica oggi di centinaia e centinaia di miliardi di euro. Basterebbe una sforbiciata del trenta per cento che in ogni caso conserverebbe gli stipendi dei nostri politici in testa alle classifiche mondiali per ricavare  i 25 miliardi che invece saranno succhiati ad una classe lavoratrice di milleuristi.

Insomma, perché si dovrebbe amare una Italia diventata il paese delle diseguaglianze, governata da una classe politica scandalosa espressione di due partiti che vogliono dare sempre di più a chi  ha già tanto e togliere il poco che resta ai lavoratori? Una scuola che licenzia oltre centomila insegnanti ed un Governo che non si pone il problema del destino di questa massa enorme di disoccupati intellettuali perché non dovrebbero suscitare amarezza, protesta, odio?

Inoltre, Napolitano nel profondere la sua retorica per l’unità propone anche il suo contrario, il federalismo. Sa bene che il federalismo sarà la centrifuga di quel poco che rimane di senso nazionale.

Ma si ostina a credere e volerci far credere che sarà invece una cosa buona, positiva. La Sicilia ha sperimentato il federalismo per via del suo Statuto Speciale. L’enorme quantità di soldi che raccoglie dai contribuenti è servita a foraggiare una burocrazia mostruosa e a creare miseria ed indebitamenti. Le politiche liberiste di privatizzazione oggi in grande auge hanno creato una idrovora che inghiotte il gettito fiscale. Basti vedere i disastri degli Ato e la crisi della immondezza affidata al sistema pubblico-privato.

In conclusione, il sentimento di unità non nasce ricordando il passato, il Risorgimento, i martiri di Belfiore, ma facendo una politica di coesione nazionale e ripudiando l’ideologia che sovrasta questa classe dirigente che vuole l’arricchimento dei ricchi ed il tritacarne per i poveri.

1 commento

  1. e perchè mai Garibaldi avrebeb dovuto dire ” Obbedisco” a Teano ?? e a chi ??
    Lo telegrafo invece nella III guerra di Indipendneza, quando si ritiro dal Trentino dopo la vittoria di Bezzecca.come tuti i bambini del elementari sanno

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