La Cina italiana

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coalminer_468x370Il referendum operaio sull’accordo-capestro di Pomigliano non è un referendum. Sarebbe tale se i lavoratori che voteranno, rifiutando l’accordo separato, aprissero la strada ad altro e diverso accordo.

Non è così. Se il referendum  sarà bocciato la Fiat non farà l’investimento e lascerà la Panda in Polonia. Questo è stato detto e ridetto da Marchionne. Prendere o lasciare! I lavoratori non potranno esprimere un giudizio  obiettivo  sull’accordo separato. Sanno che se dicono sì la fabbrica continuerà a vivere e se dicono no li aspetta la disoccupazione. Qualcuno in Italia può ragionevolmente sostenere che, in queste condizioni di ricatto, di costrizione,  la gente sarà libera e potrà esprimere la sua vera opinione? Se io o voi fossimo tra i votanti come ci regoleremmo?

Contrariamente a come li ha dipinti, forzando le tinte, Veltroni, i lavoratori di Pomigliano andranno a votare e si caricheranno della croce delle condizioni umilianti imposte brutalmente da Marchionne.

Penseranno alle loro famiglie ed alla necessità comunque di sopravvivere in una Napoli che venti anni di governo Bassolino lascia in macerie, disperata, piena di debiti. L’uso clientelare in proporzioni industriali delle risorse, l’indebitamento, la mancanza di progetto e di futuro fanno da contesto al referendum,  un’operazione che sarebbe democratica se non fosse già stata piegata e strumentalizzata dalla Fiat che ne ha già predeterminato il risultato.

Perché la Fiat vuole il referendum? Evidentemente non gli basta l’adesione dei sindacati collaborazionisti. Vuole una sanzione che costituisca una umiliazione per la Fiom per dimostrarle di non contare niente e chiederle di tornare subito ed a testa bassa all’ovile. Ha già ricevuto due risposte positive: quella di Epifani che attesta il valore del referendum e l’altra del leader della minoranza Fiom, Durante, il quale afferma che in caso di vittoria dei Sì la Fiom deve firmare. In sostanza il referendum sarà usato come un plebiscito annessionistico alla volontà del padrone.

Qualcuno in questo Parlamento dovrebbe chiedere che si torni a trattare e che il referendum non abbia luogo dal momento che si tratta di costringere a Canossa tutti i dipendenti della Fiat di Pomigliano. Ma la lobby Fiat è assai forte. Anche Casini si è unita ieri a Fini e Schifani per chiedere la resa della Fiom.  Diverse voci della cultura costituzionalista si sono alzate per segnalare le numerose illegalità dell’accordo separato. Anche “Liberal” si chiede se la globalizzazione significa che dobbiamo  diventare come i cinesi mentre la dichiarazione del Segretario della Cisl che ritiene che si debba riaprire la questione Termini Imerese nel caso di vittoria dei Sì è la prova di quanto è stato finora giustamente sospettato ma negato e cioè che Pomigliano non è una eccezione  ma la nascita di nuovi rapporti di lavoro che stracciano contratto nazionale, Costituzione e leggi. La nascita della Cina italiana.

Anche se dovesse ricevere l’unanimità dei consensi il referendum non avrà alcuna validità né morale né giuridica per lo stato di necessità dei lavoratori. Sarà soltanto il documento di una prepotenza subita.

Qualcuno ha paragonato agli effetti della marcia dei quadri dirigenti ed intermedi  di Mirafiori la situazione che si creerà dopo il referendum. È vero che la CGIL tornò al tavolo delle trattative ed accettò accordi che consentirono il licenziamento di trentamila operai. Oggi dovrebbe accettare le condizioni di militarizzazione del rapporto di lavoro che diventa una obbligazione individuale. Se lo facesse ripeterebbe il cedimento, l’errore di allora. La CGIL non avrebbe dovuto piegarsi ad accettare condizioni che hanno cambiato il corso della storia ed aperto la strada alla cancellazione dei diritti conquistati con la stagione dell’autunno caldo.

Ma, infine, questo referendum come si  svolgerà? Da chi sarà organizzato e da chi sarà controllato?

L’ultima esperienza recente è stato il referendum sugli accordi fatti con Prodi svoltosi in condizioni di illegalità, senza controlli, senza una vera discussione dal momento che non era previsto che i contrari potessero illustrare le loro ragioni nelle assemblee. Furono dichiarati oltre cinque milioni di votanti e l’ottantuno per cento di Sì, cifre “bulgare” ed inverosimili che tuttavia per giorni diedero a tanti pennivendoli il punto di appoggio per infierire sulla minoranza che aveva votato No.

Contrariamente a quanto sostiene Erri De Luca che sul Manifesto scrive <<Cedere: questo è l’ordine del giorno. Con il pensiero intatto, almeno quello, che siano passi indietro come quelli di chi prende rincorsa per rivincere>>, il passo indietro che si farebbe a Pomigliano non permetterà un rincorsa in avanti. Sarà un passo indietro che completa la disfatta dei diritti e prelude ad un lungo periodo senza libertà e democrazia per i lavoratori italiani.

Appoggiamo con tutte la nostre forze quanti Fiom e sindacalismo di base si oppongono alla perdita dei diritti. Resistere nei posti di lavoro è altrettanto importante che resistere alle leggi bavaglio. Perché la libertà è indivisibile.

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