Il nervosismo del padreterno da cinque milioni di euro

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L’amministratore delegato della Fiat straparla. Le notizie che gli arrivano dall’interno della Fiat e lo scarso entusiasmo che il suo piano di robotizzazione umana e abolizione dei diritti costituzionali ha suscitato anche in parte della stampa tradizionalmente schierata dalla sua parte  lo hanno innervosito. Proclama ai giornali che, se non si fa come dice lui, si uccide l’industria.  Manifesta irritazione e fastidio per il fatto che in Italia, a differenza che negli USA, deve parlare con tanti, troppi interlocutori: preferirebbe parlare con uno solo. In verità, dal momento che la maggioranza di questi interlocutori ha prontamente obbedito al suo diktat e che soltanto uno gli resiste non lo soddisfa. Vorrebbe che in qualche modo questo interlocutore (la Fiom) fosse costretto ad ubbidirgli ed anche senza fargli perdere tempo. Sospira pensando a quanto è bella l’America dove parla solo con una persona, si mette d’accordo e passa subito avanti. Ma l’Italia non è l’America. Il sindacato in USA è stato liquidato a fucilate dai killers della Pinkerton all’inizio del secolo scorso. Il Sindacato che ha comprato parte del pacchetto azionario della Chrysler rappresenta soltanto i suoi dirigenti. I lavoratori sono soltanto coloro che hanno dato tanti soldi a questi dirigenti e basta. Non contano niente, proprio niente! Questo Sindacato-non sindacato è estraneo alla cultura del movimento operaio italiano.

La democrazia è faticosa. Per coniugarla alla efficienza del sistema ci vuole capacità, duttilità, comprensione.  Marchionne non può trattare, come sta facendo, i lavoratori facendo sibilare la frusta e minacciando: se non fate come dico io me ne vado, me ne torno nel mio paradiso  polacco dove impongo tutte le condizioni che voglio e per giunta pago salari di 400 euro al mese!  Sembra Berlusconi quando strilla che governare con questa Costituzione è un inferno di regole dal quale si vorrebbe liberare subito.

Curiosa questa concezione monocratica del potere industriale. Curiosa questa invocazione di reductio ad unum della rappresentanza sindacale.  E se fosse Marchionne a sbagliare? E se l’idea di fabbrica che ha in testa e che vorrebbe  imporre non fosse  quella giusta? Chi ci garantisce che il potere dittatoriale di un solo manager anche se circonfuso della fama di genio agisca nel segno del bene, dell’utilità e della prosperità? Se Marchionne sbaglia il suo errore verrebbe pagato da diecine, centinaia di migliaia di persone!  Non è giusto che una persona abbia tanto potere specialmente con un governo dello assoluto lasser faire che se ne sta distante e, semmai, interviene a supporto propagandistico della azienda. Inoltre se sbaglia Marchionne le conseguenze non sono soltanto per i lavoratori ma anche per gli azionisti ai quali è stato imposto di pagargli una parcella annuale di milioni di euro inconfrontabile con quella del suo personale dipendente. È scandaloso che il signor Marchionne si liquidi uno stipendio (visibile) di circa cinque milioni di euro all’anno mentre un suo  ingegnere progettista ne guadagna meno di duemila al mese. Le decisioni di una multinazionale come la Fiat dovrebbero  avere un processo decisionale che confronti le opinioni di un gruppo dirigente largo e qualificato per approdare nelle scelte del Consiglio di Amministrazione. Scelte che non dovrebbero mai essere una pura formalità di ratifica dell’operato dell’Amministratore Delegato. Ma non funziona in questo modo. La democrazia è migliore della dittatura magari intrisa di megalomania di Uno solo.

Marchionne ha imposto ai cinquemila lavoratori di Pomigliano un referendum-genuflessione alla sua volontà. Trattasi di una violenza psicologica e politica che in un Paese civile non avrebbe luogo. Tutti sanno che se il referendum dovesse bocciare il piano A, scatterebbe il Piano B e cioè non si farebbe l’investimento. Se il signor Marchionne ed i suoi servili cortigiani sindacalisti avessero un pochino di pudore dovrebbero evitare questa scandalosa richiesta di sottomissione alla volontà padronale e di umiliazione collettiva non solo dei lavoratori ma della cittadinanza di Napoli.

Continua intanto l’opera di denigrazione dei lavoratori cominciata con Brunetta per gli statali ed ora applicata ai lavoratori Fiat da Marchionne, dalla Marcegaglia e da qualche loro ruffiano del giornalismo embedded. Ha rimproverato uno sciopero delle maestranze di Termini Imerese (la fabbrica che ha condannato a morte) fatto in occasione di una partita di calcio. A parte la fondatezza del fatto del quale è lecito dubitare, i lavoratori avrebbero  pagato di tasca loro  come ha osservato un giornalista certamente non trinariciuto di sinistra come il direttore di Riformista.

Ma perché si fa questa campagna di denigrazione contro una classe operaia come quella italiana che paga con 1.400 morti all’anno e migliaia di mutilati un altissimo tributo, il più alto d’Europa, ad una organizzazione del lavoro insicura, stressante, mortale? L’insofferenza di Marchionne e delle Marcegaglia si fonde con la volontà del governo e di Draghi di modificare subito la Costituzione per liberare da obblighi sociali e di rispetto ambientale le imprese. Questi signori vanno avanti come carri armati facendo schioccare la frusta e minacciando i resistenti.  Ma le reazioni che finora ha registrato questo programma non sono quelle che si aspettavano. C’è resistenza. L’Italia democratica e civile si oppone! Il voto degli operai di Melfi che premia la Fiom dice che si deve ragionare, che non si possono sequestrare financo i minuti secondi della vita delle persone. La fabbrica deve avere un contenuto, una qualità umana! Non può diventare l’inferno degli esseri umani ridotti alla  parte vivente del macchinario di produzione. Questo rincorrere i ritmi dei cinesi è rovinoso. La Cina registra migliaia di casi di suicidio e cova profonde proteste sociali. Che l’Italia debba imitare la barbarie dello sfruttamento schiavistico di un regime nazi-liberista mi pare una forzatura che non potrà essere accettata. Non si possono buttare nell’immondizia due secoli di civiltà e fare regredire il lavoro dipendente a quello dell’avvio della industrializzazione. Non ci vuole un genio per fare funzionare una fabbrica a salari infimi di 400 euro al mese e regime militare.  Marchionne mostri di essere un vero manager confrontandosi con salari e diritti dignitosi come fanno le industrie automobilistiche europee. È davvero un genio come pensano Chiamparino, Fassino e gli altri del partito-fiat?

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