Gio. Mag 19th, 2022
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Il nuovo presidente delle Filippine Benigno Aquino è il figlio di Cory Aquino già presidente ( 1986-92) e vedova di Benigno Aquino, il leader dell’opposizione assassinato durante la dittatura di Marcos nel 1983. E’ stato scelto dalla madre a succederle e quando essa è deceduta(1 agosto 2009) tutto il suo grande carisma presso i ceti popolari si è riversato sul figlio. Questi si fa chiamare “ Noynoy”: è un gioco sulla parola “pinoy”, un termine colloquiale tagalog che significa “uno qualunque “. Ed infatti egli vuole mostrarsi come uno del popolo respingendo ogni formalismo ed ufficialità cara invece alla precedente presidente Gloria Arroyo, ormai impopolare.

Il nuovo presidente si mostra modesto e semplice anche nei suoi vestiti casual ma è venerato come la incarnazione della democrazia della nazione, come lo fu la madre. Ha cominciato come un senatore un po’ goffo, silenzioso, e dimesso: ma si è stato spinto a correre per l’ufficio di presidente, prima quasi riluttante, ma presto si è ritrovato vincitore travolgente sull’onda del ricordo della madre.

La cerimonia del giuramento è sembrata quasi un concerto di qualche band musicale: Benigno non ha avuto paura per la sua incolumità personale di stare in mezzo alla folla alla quale parlava in modo semplice, a braccio, in lingua locale. Ha ricordato alla folla che il suo governo sarebbe stato il “loro” governo, che il suo trionfo era il “loro” trionfo, chiedendo loro e di assumere anche la responsabilità per i prossimi sei anni al suo fianco.
”Tu sei il mio boss – ha detto alla folla – Ti seguirò e la folla lo ha acclamato con un tifo da stadio.
Secondo la procedura tradizionale avrebbe dovuto giurare nelle mani del giudice supremo ma Aquino ha optando invece per un semplice giudice.

La cerimonia dell’insediamento vuole essere un segno di ciò che sarà la prossima amministrazione, un cambiamento radicale rispetto al passato .

Aquino ha detto che sarebbe sempre stato un uomo del popolo e in meno di 24 ore ha già spazzato molti dei protocolli previsti.
Aquino ha ripetuto lo stesso ritornello per tutta la campagna elettorale e nel suo discorso inaugurale: la fine della corruzione e della povertà, un governo pulito, la giustizia e la responsabilità e la riconciliazione nazionale.
Ha istituito una Commissione per indagare e chiudere i casi pendenti di corruzione e violazioni dei diritti umani contro l’amministrazione del suo predecessore. Ha fatto menzione speciale nel suo discorso del suo segretario giustizia di nuova nomina, l’ex commissario per i diritti umani Leila de Lim, che ha il compito di pulizia per ripristinare la fiducia nel sistema. Ha promesso di rivedere tutte le nomine importanti.

Aquino spera di cominciare a ricostruire ciò che definisce “le istituzioni danneggiate” lasciate in eredità a lui dall’ultima amministrazione.

Come si vede non vi sono programmi economici politici specifici ma solo la promessa di una buona amministrazione, della lotta alla corruzione dilagante. Basterà questo a risolvere i grandi problemi delle Filippine, della sua povertà, della rivolta endemica delle comunità mussulmane del sud?

Riusciranno le Filippine ad agganciarsi allo sviluppo dell’Estremo Oriente delle “ tigri asiatiche” che peraltro sperimentano anche esse una battuta di arresto?

Ma d’altra parte in una economia cosi ampiamente e profondamente globalizzata i governi fanno quello che possono: la vera chiave dello sviluppo è nei rivolgimenti imprevedibili e in massima parte ingovernabili della globalizzazione stessa.

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