I licenziati in Borsa e l’osceno sindacalismo italiano

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La Fiat ha avuto uno strepitoso successo in borsa. Il titolo è aumentato del 6,41 per cento dopo la comunicazione del buon andamento del trimestre e della scissione in due della’Impresa. La Fiat auto prosegue la sua marcia nella globalizzazione verso una produzione di sei milioni di auto ritenuta la sola vincente nella competizione attuale.

Questo brillante successo borsistico è stato preparato meticolosamente con alcune operazioni aggressive rivolte a neutralizzare l’insuccesso di Marchionne nel referendum di Pomigliano. Gli azionisti danno le pagelle sul conflitto sociale, sui diritti, sulla forza del sindacato. La Fiat doveva rassicurarli di avere un mano un nodoso bastone e di tenere l’ordine. Cinque lavoratori sono stati licenziati. Scelti tra gli aderenti o esponenti della Fiom e dello SliCobas che sono i sindacati che continuano a restare tali e cioè a svolgere le funzioni di tutela dei lavoratori che Cisl, Uil ed altri sindacati gialli hanno dismesso da un pezzo. Marchionne in persona è intervenuto su “Repubblica” di oggi sul licenziamento di uno degli operai. Ha testualmente detto: “perché si deve

tollerare che uno dice di portare il figlio dal medico e poi va a scioperare?” Qualcuno dovrebbe fargli osservare che non c’è proporzione tra il “delitto” commesso e la pena inflitta. In secondo luogo il licenziato potrebbe benissimo aver portato il figlio dal medico ed utilizzato il resto del tempo per partecipare alla manifestazione con i suoi compagni di lavoro. In terzo luogo, partecipare ad una  manifestazione per difendere  i diritti e la dignità  messi in pericolo dalla introduzione di sistemi WMC ha una valenza  morale che non può essere disconosciuta.  I licenziamenti sono stati una fredda e per certi versi maramaldesca risposta all’insuccesso della pretesa mafiosa di condivisione di una riorganizzazione della produzione basata sullo sfruttamento intensivo del lavoro con accordi illegali ed anticostituzionali che sono già stati denunziati alla magistratura ed all’Inail con un esposto che evidenzia le gravi patologie scheletrico-muscolari-nervose alle quali andranno incontro i lavoratori.

Marchionne ci fa sapere che produrrà in Serbia la manovolume che “con sindacati più seri” si faceva a Mirafiori. La “serietà” alla quale allude Marchionne è quella fin qui dimostratagli da Cisl ed Uil  ma che evidentemente non gli basta per stare tranquillo. La Fiom e la stessa CGIL non sarebbero “seri” e pertanto vengono additati come responsabili del trasferimento all’estero dell’impianto. Insomma chi difende i diritti è responsabile della fuga all’estero delle aziende. Anche il meschino e tartufista quadro politico italiano interviene per lamentarsi dell’ estremismo della Fiom e dei Cobas che metterebbero a repentaglio l’occupazione.  Ma la Fiat si trasferisce all’estero perché la povera Serbia, assetata dal bisogno di creare occupazione, pagherà quasi per intero lo stabilimento. Cosa che a suo tempo è successa a Termini Imerese. I paesi poveri e bisognosi di lavoro sono disposti a pagare coloro i quali si degnano di impiantarvelo. La Fiat quindi avrà contributi dallo Stato serbo e potrà avere a disposizione una manodopera da pagare meno della metà di quella italiana. Questo problema delle disuguaglianze salariali dentro l’Unione Europea sta diventando  allarmante:  c’è una  formidabile spinta al livellamento verso il basso e di sottrazione di diritti da  una imprenditoria cinica, irresponsabile, alla ricerca di profitti “mordi e fuggi” e di zone nelle quali si possono permettere di inquinare senza grossi problemi. Ne sappiamo qualcosa per quanto è accaduto in  Sicilia negli anni sessanta nei poli siracusano e gelese della petrolchimica. Se la globalizzazione abbisogna di regole lo stesso dicasi dell’area della Unione Europea dentro la quale i paesi dell’Est sono diventati una vasta area per la delocalizzazione di impianti provenienti da democrazie economiche e sociali più mature ed avanzate.

Sindacati e sinistra non fanno nulla per fronteggiare questa terribile deriva verso l’inabissamento dei diritti e del welfare in Europa. Non esiste una linea di fronteggiamento dei salari e dei diritti dall’attacco padronale. Bisognerebbe chiedere il Salario Minimo Garantito in tutta la Unione Europea ed avviare la contrattazione europea. Potrebbero iniziare i metalmeccanici con la presentazione di un progetto di Contratto Collettivo Europeo di Lavoro che potrebbe  ribaltare la tendenza alla decontrattualizzazione sostenuta dalla Confindustria ed appoggiata in Italia da Cisl ed Uil.

Ma le scelte che stanno compiendo sindacati italiani come la Cisl e l’UIL sono davvero oscene. Bonanni ha elogiato  “l’accordo” di Pomigliano e ne fa un modello da estendere a tutte le imprese italiane. Insomma è d’accordo con la Marcegaglia, Sacconi e con Marchionne: bisogna dare una forte sterzata  e cambiare le regole ed i contenuti del lavoro riportandolo agli estremi parametri indicati per il massimo sfruttamento della prestazione umana.  È immorale, è osceno che coloro i quali sono preposti alla difesa dei diritti dei lavoratori si facciano portavoce della ideologia  del padronato. Se padronato e sindacato parlano lo stesso linguaggio e condividono le stesse cose i lavoratori si ritroveranno nella solitudine di chi è costretto a chinare la testa o a cercare una via di salvezza diversa da quella che finora  era assicurata da una normale dialettica del conflitto sociale.

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