Serbia-Zastava: bombardamenti ed affari

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L’Italia ha partecipato attivamente ai bombardamenti della Serbia del 1999. Belgrado fu sottoposta per settantasette giorni a spaventose incursioni aeree della Nato che non si limitavano a distruggere ma hanno anche avvelenato l’ambiente e le persone. Non sappiamo quante centinaia di migliaia di persone siano morte dopo la guerra. Se esiste una statistica viene tenuta celata per via di interessi a non dispiacere l’UE e la Nato.  La grande fabbrica Zastava fondata nel 1853 marchio di una affermata automobile fu devastata. I suoi 36 mila operai persero il lavoro. Il governo D’Alema fu molto attivo e scrupoloso nella realizzazione dei piani di bombardamento. L’apparato industriale della Serbia, eredità del glorioso comunismo di Tito che dava lavoro e sicurezza a milioni di lavoratori, fu annientato. Il Danubio fu inquinato da una onda di cianuro che ne distrusse ogni forma di vita. I lavoratori addetti allo sgombero delle macerie ed alla ricostruzione della Zastava sono morti quasi tutti di cancro. Molti conducono una desolata esistenza di malati terminali. Ma, nonostante abbiano usato terribili armi cancerogene all’uranio ed al fosforo ed ancora continuano ad usarle, l’Italia e l’Occidente si ritengono una civiltà superiore che diffonde nel mondo valori di libertà e di democrazia.

Ora la Fiat di Marchionne, per un accordo-capestro estorto due anni orsono al governo della Serbia che ha un disperato bisogno di uscire dall’isolamento e dalla discriminazione della Nato e dell’Unione Europea (che hanno riconosciuto il Kossovo come Stato indipendente e sovrano strappandolo dalla viva carne della nazione), ristrutturerà e rilancerà la fabbrica occupando una modesta parte dei lavoratori anteguerra. Riceverà in dono 150 ettari di terreno, diecimila euro per ogni occupato, esenzioni ed agevolazioni fiscali, tutte le infrastrutture necessarie e financo una zona franca per la Fiat per l’importazione di  prodotti semilavorati. Un ben di Dio, una vera e propria cornucopia di benefit, ai quali vanno aggiunti i finanziamenti della Banca Europea degli investimenti.

Gli operai avranno una paga massima di quattrocento euro mensili che sono pochi anche per la povera Serbia. Inoltre gli operai saranno praticamente militarizzati, dovranno sottostare a condizioni di lavoro disumane riducendosi a vero e proprio macchinario vivente, non dovranno fiatare e saranno sottoposti ad un regime di spionaggio poliziesco del quale la Fiat ha una antica e ricca esperienza risalente al ventennio fascista e proseguita con il professor Valletta, inventore dei famigerati reparti confino e delle schedature dei lavoratori e delle loro famiglie.

La Serbia stringe i denti ed accetta anche le condizioni più dure. Si è già prestata a qualsiasi richiesta avanzata dalle multinazionali che si sono insediate nel suo territorio. Temo che non starà molto attenta ai problemi di inquinamento delle acque e del territorio. Forse noi siciliani siamo stati attenti allo impatto ecologico creati dalla Montedison e dall’Eni a Gela e Siracusa? Abbiamo cominciato a parlarne soltanto dopo l’evacuazione di un intero paese e la nascita dei bambini deformi. Pur di avere un lavoro ci si è sottoposti ad ogni pericolo. Lo stesso accadrà alla reindustrializzazione serba ad opera di capitalisti stranieri e multinazionali.

I lavoratori serbi che ne hanno ancora memoria rimpiangeranno il socialismo della Repubblica presieduta da Tito garante di mezzo secolo di pace e di prosperità. Ora sono ridotti ad accettare qualsiasi condizione  senza quella libertà predicata dall’Occidente. Se si azzardano a parlare male dei dirigenti della Fiat verranno immediatamente espulsi dalla fabbrica e condannati alla disoccupazione con le loro famiglie.

La Serbia dovrebbe essere risarcita a miliardi di euro per i danni subiti dai bombardamenti Nato. Ma la regola dei rapporti di forza vuole che invece pagherà per tornare ad avere industrie e lavoro.

La classe operaia italiana non deve accettare l’indicazione strategica di Marchionne e della Confindustria: tutti uniti come italiani contro gli altri. È menzognera l’affermazione secondo la quale nella globalizzazione gli interessi nazionali vanno difesi da un fronte unico fatto di governo, industriali e sindacati. Se questa affermazione fosse vera il comportamento della Fiat dovrebbe privilegiare in primo luogo gli interessi del territorio nazionale. Non è così. La Fiat si serve del basso costo di lavoro che può avere all’estero per ricattare ed abbassare la condizione di vita dei suoi dipendenti in Italia. Se proprio non può fare a meno di trasferirsi.

Per questo ritengo importante la internazionalizzazione della lotta dei lavoratori sulla base di obiettivi comuni da sostenere in Europa: Salario Minimo Garantito, Contratto Unico  Europeo, settimana lavorativa di 35 ore, umanizzazione della catena di montaggio, bando dei sistemi WMC e simili, revisione radicale dei parametri iperliberisti di Maastricht e di Lisbona.

Nello scontro nazionalistico o campanilistico i lavoratori saranno sempre perdenti. Ci sarà sempre un posto in cui la manodopera costerà di meno. Il lavoratore italiano deve essere fratello di quello polacco o serbo.

Oggi l’Europa dell’Est è diventata il laboratorio della destra economica e sociale per l’abbassamento del tenore di vita delle persone e l’abbrutimento del lavoro. Ma la stessa Europa è stata testimone della grande civiltà del socialismo che portava i lavoratori in palma di mano. La fabbrica comunista era a misura di uomo. I diritti nelle fabbrica e nella società venivano rispettati ed ognuno aveva la sicurezza di vivere senza l’angoscia di perdere tutto con  la disoccupazione e di dovere espatriare.

Il socialismo, attraverso i Marchionne e la loro folle voglia di ridurre le persone a schiavi tremebondi, ritornerà di grande attualità. Tornerà ad essere la speranza dell’umanità spaventata dalla barbarie del liberismo.

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