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Hinkemann

Prima di parlare del testo vorrei spendere, forse per la prima volta da quando scrivo recensioni teatrali, una parola di elogio per il Canovaccio, questo minuscolo teatro di Catania, una deliziosa bomboniera: non accade in nessun altro luogo simile che si venga accolti al botteghino come se si entrasse in una casa, uno a uno, con una parola gentile per ognuno e che lo stesso succeda all’uscita quando si viene salutati con una stretta di mano singola e un ringraziamento per essere stati presenti e, poco prima, a fine spettacolo, aver goduto dell’offerta di un saporito, semplice e gratuito rinfresco post-spettacolo. Ti senti a tuo agio, puoi fare i complimenti agli attori e al regista o chiedere chiarimenti abbattendo le usuali barriere tra pubblico e palcoscenico.

E ieri sera abbiano assistito, al Canovaccio, a “Hinkemann”, una tragedia sociale di Ernst Toller scritta tra il 1921 e il 1923 che è un appassionato esempio di teatro espressionista tedesco, nella traduzione di Giuseppe Dolei. Il tema principale è la totale disillusione del protagonista, un operaio evirato a causa di un incidente sul lavoro, verso qualsiasi idea di progresso e di felicità; proprio allo scopo di valorizzare l’universalità di questo tema l’adattamento e la traduzione di Dolei e la regia di Elio Gimbo traslano la vicenda a una generica contemporaneità, senza una precisa unità di tempo e luogo, allargata a un contesto genericamente europeo. La realizzazione dei filmati che interagiscono sul palco con la recitazione dei protagonisti è di Alessandro Marinaro, gli aiuti alla regia sono Carmela Sanfilippo e Davide Fascetta e i costumi sono di Rosy Bellomia.

Dagli applausi e i complimenti che si merita tutto il cast vogliamo estrapolare, se ce lo permettete, quelli che, a nostro personalissimo parere, vanno tributati a due degli attori in particolare: il protagonista, un bravissimo Saro Pizzuto, che interpreta la parte appunto dell’operaio Hinkemann con una recitazione sofferta, dolorosa, perfetta, senza una sbavatura, commovente; e Alfio Zappalà, formidabile nella caratterizzazione del direttore di una televisione che non ha sentimenti, che sembra un automa e che sfrutta il dolore di Hinkemann in funzione dell’audience trasformandolo in una macchietta da dare in pasto al pubblico.

Hinkemann è un figura tragica schiacciata da una società che lo condanna al ridicolo, alla negazione di qualsiasi dignità sociale perché non può esercitare la propria sessualità; concludiamo, se ci perdonate, con un “parallelismo mentale” che ci è venuto spontaneo di fare: abbiamo pensato a tutte quelle persone che transitando per necessità da un’identità di genere all’altra sono costrette a fare i conti con una sessualità nuova, diversa, talvolta negata, che le porta spesso a diventare degli “outsiders” come Hinkemann.

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