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Mirra

Mirra, uno dei capolavori della produzione teatrale di Vittorio Alfieri, ha debuttato ieri al teatro Zo del viale Africa a Catania per la regia di Guido Turrisi e i costumi di Rita Mazzarino e Rosy Bellomia; vogliamo iniziare il nostro racconto dell’evento osservando già il modo in cui il titolo viene scritto sulla brochure, con le due R del nome scritte in modo asimmetrico come se si specchiassero l’una nell’altra e uno specchio molto particolare domina poi la scena e noi tutti, in attesa che inizi lo spettacolo, ci chiediamo come sia fatto e quale sarà la sua funzione durante il dispiegarsi della tragedia. E a questo proposito cogliamo subito l’occasione per fare i primi complimenti allo scenografo Piero Lo Monaco che ha avuto delle intuizioni davvero geniali coadiuvato dagli effetti speciali, dalle luci e dalla fonica: una parte della magia del teatro, non dimentichiamolo, è da attribuire anche a questi collaboratori.

La trama di “Mirra” è nota, come scrive il regista Turrisi “Mirra, come Fedra, espia un peccato di hybris ma il peso della sua passione è più profondo, più interiore, più intimo, meno plateale e scabroso…” e qui vogliamo soffermarci sui cinque interpreti che meritano tutti i nostri calorosi e sentiti applausi e complimenti che si uniscono a quelli del numeroso pubblico presente; ognuno di loro ha contribuito al dispiegarsi del pathos della tragedia fino all’acmé finale ma, a nostro personalissimo parere, due di loro si stagliano sugli altri, permetteteci di dirlo: Francesca Ferro,qui al suo primo vero banco di prova come protagonista che, secondo noi, supera brillantemente delineando una Mirra davvero perfetta, e Antonio Caruso, nel ruolo di Ciniro, padre di Mirra, che con la sua recitazione calda ed equilibrata connota un padre che, nonostante il profondo affetto per questa sua figlia, non riesce a capirne il profondo dolore.

Concludo ancora con le parole di Guido Turrisi riguardo alla lingua di “Mirra” :”…da una parte la forma voluta dall’autore è quella degli endecasillabi, dall’altra quella dei danni che il contenuto drammatico e psicologico della tragedia potrebbe subire sfuggendo i termini della parola detta e non letta. Uno spettacolo è… un fatto di comunicazione tra palcoscenico e platea…”: un’ottima scelta da parte del regista.

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