La dolce morte

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eutanasia

Quasi tutti i giornali italiani aprono oggi con la notizia dei ulteriori dossier di WikiLeaks nei quali si svelano i rapporti tra Berlusconi e Putin. Io invece vorrei parlare del battibecco che ha visto protagoniste la radicale Rita Bernardini (“Vorrei chiedere a quest’Aula di riflettere sul modo con il quale il maestro Monicelli ha scelto di lasciare la vita. Ebbene, vorrei dire che quest’Assemblea dovrebbe riflettere su come alcune persone che non ce la fanno veramente più sono costrette a lasciare la vita anziché poter morire, magari con i propri cari accanto, con il metodo della ‘dolce morte’. Credo che almeno una riflessione il maestro Monicelli ce la imponga con il suo gesto”) e l’UdC Paola Binetti (“Niente spot pro-eutanasia, non si può approfittare della disperazione di un uomo, non si può trattare di questo per fare uno spot che sia pro-eutanasia. Per piacere finiamola, questi sono uomini disperati, non è un gesto di libertà, è il gesto di solitudine e di smarrimento”), quando, alla Camera, si è ricordato Mario Monicelli.

Non so se le parole della Bernardini, in quel momento e in quel luogo, fossero fuori luogo. Lo sono state certamente quelle della Binetti per il semplice fatto che nessuno ha il diritto di giudicare le scelte altrui, perché nessuno ha il diritto di decidere sulla vita, e sulla morte, degli altri. Meno che mai i politici. Su temi come questo (e come divorzio, aborto, accanimento terapeutico, procreazione assistita) compito della politica è quello di stabilire regole generali, lasciando però a ciascuno la libertà di decidere secondo la propria coscienza.

A me viene difficile immaginare il mio suicidio, probabilmente perché attualmente sono in buona salute e ho un’età che mi permette di vivere ancora pienamente la vita. Ma può darsi che invecchiando l’idea di porre volontariamente fine alla mia vita non mi sarà così estranea. Se così fosse, sarebbe comunque una scelta mia, che riguarderebbe la mia sfera privata e nella quale nessuno avrebbe diritto d’entrata. Perché, parafrasando uno slogan femminista, il corpo è mio e lo gestisco io.

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