Elisabetta II al Piccinni di Bari

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show__dsc6003-large770Uno spettacolo non per tutti ma solo per intenditori quello che sta andando in scena in questi giorni al Piccinni di Bari.

Elisabetta II di Thomas Bernhard con Roberto Herlizka, per la regia di Teresa Pedroni, traduzione di Umberto Gandini; scene di Alessandro Chiti; costumi di Roberto Posse e Nathalie Von Teufenstein; musiche di Arturo Annecchino; luci di Luigi Ascione e con Gianluigi Pizzetti, Stefano Gragnani, Marisol Gabbrielli, Alessandra Celi, Mariella Fenoglio, Antonio Sarasso, Simone Faucci.

Bernhard scrisse l’Elisabetta II nel 1987, fu una delle sue opere più dissacranti nei confronti dei potenti ed è andata  in scena in Italia per la prima volta il 6 ottobre del 2009.

Come in tutte le opere di Bernhard anche per l’Elisabetta II ci si trova di fronte  ad un monologo tra attore e pubblico, con qualche “intromissione” verbale o mimica di altri attori a movimentare una rappresentazione che, inevitabilmente, com’è nell’essenza stessa del monologo, talvolta può annoiare.

Anche se a onor del vero alla platea del Piccinni di ieri sera, Elisabetta II sembra essere piaciuta molto o, perlomeno, questo si è dedotto dagli scroscianti applausi finali.

Il merito è sicuramente della scelta dell’attore protagonista Roberto Herlitzka, uno dei più importanti attori di teatro e di cinematografia contemporanei, che ha saputo incantare lo spettatore con la sua interpretazione sagace, pungente, ironica, praticamente perfetta nella sua personificazione del protagonista  bernhardiano.

La storia racconta di un ricco industriale, Herrenstein, incattivito dalla vecchiaia e dalla malattia, che si prepara a ricevere nel suo appartamento gli ospiti, in realtà invitati dal nipote, per ammirare il passaggio trionfale della regina Elisabetta II d’Inghilterra, in visita a Vienna.

Herrenstein, costretto su di una sedia a rotelle, passa le sue giornate a criticare tutto e tutti in un eloquio martellante ai danni del cameriere Richard e della governante, la signorina Sallinger.

Herrenstein esprime con un ventaglio di invettive caleidoscopiche il suo disprezzo e il suo rifiuto per la gente che lo circonda ma soprattutto per la borghesia e per la nobiltà viennese che si stanno per riunire nella sua casa.

In realtà il rifiuto in molti momenti si trasforma in curiosità, l’industriale disprezza ma allo stesso tempo deve avere l’ultima parola su tutto.

Aleggia una grande drammaticità sull’opera di Berhard, indubbiamente influenzata dalla sua stessa vita, segnata da sfortuna e malattia, ma l’ilarità con cui le difficoltà della vita vengono affrontante, alleggerisce i toni cupi della vicenda.

Il finale, drammatico, si trasforma infatti quasi in un momento di godimento da parte del protagonista, che finalmente dopo aver tanto criticato ha la sua “rivincita”.

Non sveliamo il finale per non togliere al lettore la sorpresa!

Foto tratta dal sito del Teatro Pubblico Pugliese.

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