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Il lungo pranzo di Natale

Ieri abbiamo avuto il piacere di assistere e applaudire, e sarà in scena ancora stasera come ultima replica, al Teatro del Canovaccio in via Gulli a Catania, “Il lungo pranzo di Natale”, celebre opera dell’americano Thorton Wilder, scritta nel 1931, con l’ottima regia di Piero Sammataro, gli appropriati consigli musicali di Gabriele Montemagno, le scene di Bernardo Perrone e gli splendidi costumi di Rosy Bellomia che, come la disneyana Mary Poppins, ha saputo, ancora una volta, tirar fuori dalla sua borsa magica sontuosi abiti, sia maschili che femminili, che hanno perfettamente scandito il trascorrere degli anni.

Perché “Il lungo pranzo di Natale” narra infatti novant’anni di storia della famiglia Bayard (dal 1860 al 1950) scandita dal pranzo del giorno di Natale, simbolo per eccellenza di aggregazione familiare. La storia vede in scena nove personaggi, rappresentanti di tre generazioni, che si avvicendano sul palco seguendo il ritmo inesorabile della vita e della morte e che, di volta in volta, rappresentano vizi, virtù e caratteristiche tipiche della propria era scandendo un rituale quasi meccanico.

Bravi davvero tutti e nove i protagonisti che accomuniamo in un unico applauso, da Orazio Alba a Gabriele Arena, da Fiorenza Barbagallo a Cindy Cardillo, da Gianpaolo Costantino a Sabrina Tellico, ma a nostro personale giudizio emerge Daniele Sapio nel ruolo di Charles, il figlio che prende le redini della fabbrica, Maria Grazia Cavallaro in quello della sorella Genevieve, che rimane nubile accanto a lui e alla moglie, e Carmela Sanfilippo nella parte della madre dei due.

Concludiamo con le note di regia: ”Dentro ci sta di tutto, dalla residenza familiare vista come elemento accentratore alle posizioni autoritarie dei matriarcati e patriarcati di una volta che però pian piano si disgregano a favore di costumi più aperti, alla solitudine di un nubilato forse scelto o forse larvatamente imposto agli orrori della prima guerra mondiale ed i lutti che ne derivano fino ad arrivare, in un crescendo, alla contestazione di tutto ciò che sembrava ovvio e giusto in favore di una assoluta libertà di pensiero e di azione ed alla conseguente rottura degli schemi che porterà le nuove generazioni, e non solo, a fuggire lontano alla ricerca della propria identità. Ecco dunque che quella casa bella e piena di vita si trasformerà in un tetro mausoleo di ricordi dove la solitudine regna sovrana illuminata solamente da un barlume di speranza verso un nostalgico ritorno al passato”: ancora una scelta di qualità del teatro del Canovaccio.

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