Il secondo discorso di Gheddafi

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Alla fine Gheddafi, che non aveva fatto alcuna dichiarazione ufficiale a partire dall’inizio delle proteste di una settimana fa, a parte la sua eccentrica e breve ultima apparizione di soli 20 secondi, ha parlato davanti alle telecamere per circa una ora.
Ha parlato a braccio con frasi sconnesse senza un vero filo logico: comunque se ne possono indicare i punti fondamentali.

Non ha intenzione di andare via ma è pronto a morire come un martire. Ha accusato la comunità internazionale e le emittenti straniere di distorcere la realtà e di lavorare per il “diavolo”; i manifestanti sono persone che si drogano e si ubriacano. I libici sono liberi perché il potere è nelle mani del popolo, e lui non è il presidente ma solo il leader della rivoluzione Alla fine ha concluso che coloro che prendono le armi contro il paese saranno condannati a morte e ha chiesto ai suoi sostenitori a difendere il suo regime e combattere “i topi” che diffondono le proteste: la lotta si svolgerà per strada fino a quando la terra libica sarà liberata

Il tono è stato sempre minaccioso, i richiami retorici e fantasiosi alle vittorie della rivoluzione libica, alla sconfitta degli italiani e degli stranieri, al posto che la Libia occupa in Africa e nel mondo sono stati continui e insistenti.

Ha parlato dalle rovine della caserma che fu bombardata dagli americani nel 1986 e che sono stare conservate come una specie di monumento nazionale per sottolineare quello che a suo dire sarebbe stata la maggiore vittoria dei libici conto l’imperialismo americano. Ricordiamo che Gheddafi si salvò dal raid americano perche segretamente informato dal Governo italiano.

Quello che in sostanza si capisce è che Gheddafi non ha la minima intenzione non solo di dimettersi ma nemmeno di cercare una qualche apertura verso i suoi oppositori: solo lotta dura di annientamento fino alla fine per un uomo che ha ormai perso il contatto con la realtà e continua a vivere in un mondo tutto suo fatto di grandezze e trionfi.

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