Lotta tra padani

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Ho scoperto, leggendo qua e là e ascoltando i vari commenti,  che ci sono almeno tre leghe nord padane doc.  Tre leghe che comandano sul serio e che siedono nelle dorate poltrone di Roma ladrona. Fra queste tre leghe esiste una profonda rivalità inespressa, come una corsa silenziosa a chi la vince.

Una Lega è Bossi, il capo, il Senatur, che gira sempre con sigaro (forse) toscano (quello avana sarebbe troppo comunista) ed ogni tanto bofonchia qualche sentenza e quando non sa più cosa dire, non gli resta che “Viva la Padania Libera”, imitando proprio Fidel Castro nel “Cuba Libre”. Da tempo nel nostro paese il fumo è bandito, per legge, ma lui è un duro e si mostra fumatore, esibisce il sigaro, perché è quella l’unica cosa dura che gli è rimasta.

Bossi forma la prima Lega, con tutta la sua fedelissima scorta che gli sorregge il posacenere: Federico Bricolo (capogruppo al Senato), Marco Reguzzoni (capogruppo alla Camera), Manuela Marrone (moglie del Senatur), Francesco Belsito (tesoriere della Lega), Renzo Bossi (l’erede alla successione denominato il Trota), ed infine Rosy Mauro (la passionaria).

Poi c’è Maroni, la seconda Lega. Il solitario, o il solista per meglio dire. Si ritrova a ricoprire un ruolo, quello di Ministro dell’Interno che lo vede giocare quasi sempre solo. Si coltiva una sua notorietà. Veste decentemente, raramente ha la cravatta verde ed il fazzolettino verde nel taschino è solo una piccola striscia. Non beve l’acqua del dio PO in pubblico. Parla volentieri. Pretende le repliche in tv.

Parla con l’opposizione, per esempio, incontra spesso D’Alema. Anche Fini ne era rimasto “stregato” tanto da indicarlo come successore di Berlusconi (e qui forse Fini era proprio disperato). Pensa seriamente di  poter essere il primo premier leghista della storia repubblicana. Nel partito, per ora trova l’appoggio incondizionato del fido segretario Giancarlo Giorgetti, lombardo doc.

Ed infine la terza Lega. Roberto Calderoli, il ministro che semplifica senza troppi scrupoli, tanto da togliere persino il Canal Grande ai veneziani e da cancellare le condanne al solista Maroni, condannato per aver morsicato un polpaccio ad un poliziotto.

Calderoli, il ministro del federalismo. È lui che tratta con il Parlamento sulla questione vitale del federalismo fiscale. È l’unico leghista che può entrare senza bussare nello studio del ministro dell’economia Tremonti, col quale da almeno due anni collabora e del quale Tremonti si fida.

Insieme hanno uno scopo: Tremonti a palazzo Chigi in un governo di centrodestra senza Berlusconi. Non si rivolta contro Berlusconi, come ha fatto Fini, ma manovra alla sua successione cercando di portate il pupillo Tremonti a governare. E Tremonti, ovviamente, tace, perché gradisce.

La lega è il partito che può decidere la sorte di Berlusconi e chi ne prenderà il posto. Ma è una corsa silenziosa, ed è iniziata tra i padani. Chi vincerà?  Il Trota? (improbabile), il solista Maroni? (probabile), il Tremonti sorretto dal robusto e rubizzo Calderoli? (probabile).

In realtà ce n’è una quarta,  ma assai meno importante ed è quella formata da Castelli, buono per le comparsate televisive, da Borghezio, buono per i comizi padani, con parolacce al seguito, da Cota presidente della Regione Piemonte a sbafo e da Zaia, riccioluto presidente della Regione Veneto per acclamazione.

Poi c’è il cosiddetto popolo padano, che spalma  i suoi voti  sulle tre leghe lombarde romane. Sono i padani che si ritrovano, ogni anno, nel pratone di Pontida, che parlano a Radio Padania, che discutono al bar di clandestini di merda, che ammazzerebbero tutti quelli che non mettono il crocefisso sui muri, e che non assumerebbero  mai un negro in regola, ma che lo assumono, assai volentieri, in nero. Tutti quelli che in sede locale  esibiscono i simboli legaioli, che vogliono il dialetto nelle scuole, che amano solo gli insegnanti meneghini, che  ruttano nelle chiese, che non celebrano l’unità d’Italia e che fanno la ronda di  notte, come le lucciole dell’antica canzone.

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