Regressioni

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Qualche giorno fa la Commissione Cultura del Parlamento siciliano ha approvato all’unanimità la proposta del deputato Nicola D’Agostino, dell’MpA, Movimento per le Autonomie, perché nelle scuole siciliane si studi anche il dialetto.

Naturalmente ci sono stati applausi e fischi. D’Agostino ha chiarito la sua proposta spiegando che “questa legge ci consentirà di conoscere meglio la Sicilia, la sua lingua e di approfondire alcuni aspetti controversi della nostra storia. La storia, a cominciare dall’Unità d’Italia, non è come ce l’hanno raccontata, ed è giusto quindi agire per riappropriarci di quel che ci spetta”, mentre scrittori come Andrea Camilleri e Vincenzo Consolo l’hanno criticata (“Che senso hanno i regionalismi e i localismi in un quadro politico e sociale già abbastanza sfilacciato? Abbiamo una grande lingua, l’italiano, che tra l’altro è nata in Sicilia: perché avvizzirci sui dialetti? Io sono per la lingua italiana, quella che ci hanno insegnato i nostri grandi scrittori, e tutto ciò che tende a sminuirla mi preoccupa”).

L’idea di insegnare nelle scuole il dialetto siciliano nelle scuole, di per sé non è malsana, perché potrebbe essere una maniera per recuperare le proprie radici, perché un popolo senza radici è un popolo che non ha futuro.

Purtroppo, conoscendo il partito politico che ha proposto questa legge, l’MpA del presidente Lombardo, una sorta di Lega del Sud, a me sembra sia solo un voler scimmiottare la Lega di Bossi.

Per dirla con le parole di Vincenzo Consolo, “Ormai siamo alla stupidità. Una bella regressione sulla scia dei lumbard”.

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