Pasquale Scimeca e i Malavoglia

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scimecaIeri sera, al cinema “Lumière” di Ragusa, è stato proiettato il film Malavoglia. Al termine abbiamo scambiato due chiacchiere con il regista Pasquale Scimeca, che era presente in sala.

Che film è Malavoglia?
È un film sul nostro tempo. Sembra strano che si possa parlare del nostro tempo prendendo spunto da un romando scritto più di 130 anni fa, eppure è così.

Perché ti sei ispirato al romanzo di Giovanni Verga?
Verga, scrivendolo, ha raccontato la realtà del suo tempo. Io, per fare la stesse cosa, per raccontare la realtà del nostro tempo, soprattutto la realtà del Sud, della Sicilia, di Portopalo, che è la città più a Sud d’Europa, ma che allo stesso tempo è anche Nord perché vi sbarcano decine e decine di giovani che arrivano da quell’altro Sud che è l’Africa, avevo bisogno di trovare una chiave di lettura, un punto di riferimento, è l’ho trovato in Verga.

Spesso “accompagni” il tuo film, così com’è accaduto stasera, sei presente in sala. Perché?
Questo film non sta facendo un percorso “normale”: l’uscita, le tre settimane di boom al botteghino e poi il silenzio. Malavoglia è uscito a novembre del 2010 e da allora sta vivendo un percorso fatto di proiezioni e di incontri con le persone. Seguo il film perché mi piace che, al di là della visione, ci sia anche una discussione con la gente, che non dev’essere quella di dire “ho visto il film, è bello, è brutto”, ma una discussione vera, per capire che cosa questo film stimola nel loro animo e nella loro coscienza.
Lo abbiamo anche proiettato decine volte nelle scuole, per i ragazzi, per cercare di capire come i giovani vivono il loro tempo e che rapporto hanno con il romanzo.
Vorrei che Malavoglia, nonostante sia già uscito diversi mesi fa, continuasse a vivere, così com’è accaduto al romanzo, che quando è uscito è stato praticamente ignorato o maltrattato dalla critica, vendendo poche copie, ma che poi, nel corso del tempo, è diventato un best seller, diventando il romando più importante della storia della nostra letteratura, formando intere generazioni di intellettuali, scrittori e cineasti. Dico questo perché, probabilmente, senza I Malavoglia non ci sarebbe stato il neorealismo, oppure sarebbe stato un’altra cosa. Anche Luchino Visconti, quand’è venuto qui per raccontare la Sicilia della fine della guerra, in tasca aveva il romanzo di Verga. Quindi io spero, e voglio, che questo film continui ad avere un percorso di distribuzione diverso da quello tradizionale.

Se c’è, qual è il filo che unisce Placido Rizzotto a questo film?
C’è, ed è il filo che unisce tutti i miei film: la voglia di raccontare. Così come con Placido Rizzotto ho voluto raccontare un pezzo della Sicilia del passato, con la mafia e la lotta alla mafia, con questo film racconto la crisi profonda che stiamo vivendo tutti, che stanno vivendo i nostri ragazzi. Questi ragazzi che non hanno più speranze, che non hanno più futuro davanti ai propri occhi, questi ragazzi che sono soli e che non si sentono più parte di niente.
La vita, per Placido Rizzotto, era dura, però lui era parte di un popolo, di un popolo che aveva un’idea, che voleva combattere. Oggi i nostri ragazzi non si sentono più parte di niente e non sanno contro chi combattere e per che cosa farlo. Per questo io credo che l’arte sia importante, perché attraverso l’arte si può ricominciare a pensare, a riflettere e a capire meglio le cose che ci succedono ogni giorno.

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