Incontro con Milena Gabanelli

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Sotto i riflettori  al Teatro Morlacchi in collaborazzione con Current TV la lunga intervista di Corrado Formigli, con Milena Gabanelli giornalista di Report Rai3 ospite del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Freelance da sempre, ha cominciato a collaborare con le tre reti Rai nel 1982. Inviata di guerra per Mixer introduce in Italia il videogiornalismo: abbandona la troupe e inizia a lavorare da sola con la sua videocamera. Teorizza il metodo e lo insegna nelle scuole di giornalismo. Nel 1997 porta in Rai Report: inchiesta vecchio stile che attraverso l’uso di nuovi mezzi abbatte i costi, e permette agli autori di dedicare più tempo all’inchiesta. Oggi Report, è considerato da pubblico e critica il miglior programma di giornalismo investigativo. Ma tutto questo ha un prezzo: “è un genere di giornalismo che comporta un sacco di fatica, un sacco di tempo di preparazione e avere a che fare con un datore che non ti da la sicurezza di lavorare è frustrante. Report è un programma di approfondimento con un bilancio nettamente positivo grazie al lavoro svolto in piena autonomia,  costa due milioni ne fa incassare quattro, si sa che è giornalismo d’inchiesta, è una scelta, si sa anche che è un programma che sta sulle scatole a tutti, ma è una scelta che fai a monte e quindi fatta anche dal datore di lavoro”.

Così esordisce la giornalista nel faccia a faccia pubblico, accusando la tristezza del suo precariato a fronte dell’utilità del suo operato.  Milena Gabanelli svela i retroscena organizzativi di Report: ci vogliono  tre o quattro mesi necessari alla realizzazione, nei quali si curano nell’interezza i singoli progetti, procurandosi autonomamente informazioni e contatti, scrivendo i testi e le domande, recandosi dai singoli intervistati di persona agendo dunque sia come autori che come operatori. Il pezzo arriva in Rai praticamente già terminato, e a questo punto, in studio, si registra, dopo un attento lavoro di analisi e verifica della veridicità e attendibilità delle informazioni e dei dati che vengono forniti durante il corso della puntata.

Ma la fatica maggiore arriva da un’altra parte, attualmente ha una quarantina di cause aperte, che la trascinano in tribunale continuamente, molte delle quali, “assolutamente pretestuose” e mirate a colpirla rallentando il suo lavoro di giornalista di inchiesta. E’ questo che la Gabanelli ritiene ” un impegno mentale”, “Ci sono cause che possono fare molto male, perchè siamo accusati semplicemente di avere detto il vero!” – Suggerisce la possibilità di adottare il metodo anglosassone, e cioè che se qualcuno ti trascina in tribunale e chiede un risarcimento danni in denaro, se perde e se viene accertato che le accuse erano infondate e false, allora è tenuto  a risarcire il danno morale e materiale dell’altro con una somma che è un multiplo di quella che aveva richiesto in partenza, tale metodo, aggiunge, sarebbe un “buon deterrente” contro i furbetti che fanno causa solo per tentare di ingolfare un meccanismo di giornalismo di inchiesta che porta alla luce scomode verità e che rivela nomi e cognomi dei trasgressori della legge, chiunque essi siano. Nonostante tutto attualmente ha vinto la totalità delle cause nei suoi confronti che già sono state portate a termine.

Alla provocazione dell’ intervistatore: “Lo sai che Sgarbi prenderà 250mila euro a puntata mentre tu ne preni 150mila lordi in un anno…la risposta arriva pronta: “Io penso che faccio un mestiere che mi piace e mi pagano pure, pensa un po’!”

Formigli tocca,  il tasto relativo all’imbavagliamento dell’informazione o delle pressioni che spesso arrivano da direttive di ordine superiore, e a proposito della “censura” e all’utilità del giornalismo  la Gabanelli è chiara : ” Il giornalismo deve essere libero e non schierato da una o dall’altra parte, certo è più facile cavalcare l’onda che fa vendere, ma poi che fine fa il giornalismo? –  poi aggiunge ,  che le pressioni arrivano, anche se spesso non sono dirette, o come magari si cerchi di rendere difficile il lavoro e la vita di chi conduce le inchieste. Per rendere meglio l’idea la conduttrice di Report cita il detto  “il giornalista è il cane da guardia”, lei aggiunge con tono sarcastico “e deve scodinzolare un po’!” “Però posso senz’altro dire che non mi è mai stato impedito di fare un’inchiesta o censurato nulla, certo bisogna essere disponibili a reggere le pressioni e l’equilibrio psicofisico è minato, ma c’è una precisa responsabilità dei giornalisti, cosa impedisce loro di dire le cose come stanno? – Io credo di fare qualcosa di normale, probabilmente tanti giornalisti non fanno il loro mestiere. – Rifiutare di essere di parte è faticoso, un giornalista non è un avversario politico, non dovrebbe cadere nella trappola dell’etichettatura politica e non dovrebbe stare a fianco dei politici, io lavoro su Rai3, quindi sono una comunista, alla fine vieni classificata, non è prevista l’indipendenza. Mettere in evidenza alcuni punti viene vissuto come una sorta di luce rossa: attenzione, in realtà il nostro è solo un punto di vista non siamo i depositari della verità”.

Al termine il pubblico l’ha applaudito a lungo, e lei per spronare i giovani “colleghi”a fare bene il loro lavoro, ha risposto a chi le chiedeva come fosse riuscita ad avere  così successo che l’importante è la voglia, la passione, ma soprattutto crederci fino in fondo, perché non c’è miglior modo di non farcela che dirsi “non ce la posso fare”.

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