La politica dello struzzo

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La cantieristica italiana affonda. Sarebbe potuto andare diversamente.

Più di un anno fa Michele Meta, presidente del gruppo PD in commissione trasporti, presentò una proposta di legge, appoggiata anche dal centrodestra che avrebbe potuto rilanciare la Fincantieri sul fronte dell’innovazione.

La società pubblica italiana, infatti, ha un brevetto per la costruzione di navi mangia-petrolio.

Anche Obama fu messo al corrente del brevetto italiano in occasione dell’incidente nel Golfo del Messico.

Le maggiori compagnie petrolifere spendono molte risorse per assicurarsi contro gli incidenti di quel tipo: con una piccola sovrattassa sul petrolio avrebbero finanziato volentieri la costruzione di navi, per ottenere sconti strutturali sull’assicurazione.

Insomma le condizioni c’erano, in Parlamento il Governo approvò anche la proposta.

Ma da allora ad oggi non si è fatto nulla, nonostante le sollecitazioni.

Era chiaro che, se la Fincantieri continuava a puntare sulla costruzione di navi da crociera, sarebbe andata in crisi.

È necessario che l’Italia, che è maestra in questi lavori, punti sui brevetti e sulla nuove tecnologie. Per reggere la competizione dei coreani e dei cinesi.

Sul tema dell’innovazione sono stati proposti dal PD investimenti in navi di ultima generazione a doppia propulsione, cioè che utilizzano il carburante al largo e l’elettricità nei porti, evitando così l’inquinamento dei porti stessi.

Si potrebbe riprendere anche il ripristino del fondo per la rottamazione delle navi vecchie, prosciugato dai tagli di Tremonti.

Niente è stato fatto e ora si vuole licenziare. Si dovrebbero licenziare i manager (e certi ministri), non gli operai.

La crisi della cantieristica è aperta da tre anni, è strutturale, ma il governo ha fatto finta di nulla, affidandosi, come in generale ha fatto sulla politica economica, a una spontanea ripresa.

Il ministero dello sviluppo economico è rimasto vacante per un tempo infinito,  ed è diventato terreno di conquista di Tremonti che ha svuotato tutti i fondi possibili.

Il genio dell’economia italiana ha tenuto il bilancio”aspettando una ripresa spontanea. E l’Italia  sta affrontando, perché non è finita, la crisi globale più dura del dopoguerra

Sarebbe affondata anche una corazzata.

(Fonte – l’Unità)

L’amministratore delegato si chiama Giuseppe Bono e l’unica cosa che sa fare è “un piano duro” sì certo, ma solo contro gli operai. Non trova di meglio che licenziarli, sotto la falsa espressione di “esuberi”. Ci sarebbe da chiedergli perché non ha messo in funzione quelle tecnologie ed innovazioni che l’industria da lui guidata già possiede?  Risponderà che il governo era latitante, assente. Certo,  sta facendo una politica industriale da schifo.

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