Il 60° anniversario della “liberazione” del Tibet

Il 60° anniversario della “liberazione” del Tibet

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Il 19 luglio è  caduto il 60° anniversario dell’invasione del Tibet da parte delle forze armate cinesi e la ricorrenza viene celebrata dai cinesi come quello della “pacifica liberazione del Tibet”.

La delegazione  del governo centrale a Lhasa è stata guidata da Xi Jinping (che dall’anno prossimo diventerà premier sostituendo Wu Jintao): questi ha ricordato che la stabilità sociale in Tibet è importante per la stabilità di tutta la Cina  ed ha  esortati i funzionari di seguire le politiche etniche e religiose del Paese e rafforzare l’unità etnica nel loro lavoro.

Nella propaganda ufficiale si  mette in rilievo il grande sviluppo economico e sociale del Tibet negli ultimi anni considerando il Dalia Lama come un  esponente dei vecchi feudatari che tenevano il Tibet  in uno stato di semischiavitù, ribadendo d’altra parte che i tibetani sarebbero liberissimi  di seguire le  proprie tradizioni religiose e civili.

Si afferma che nel 1961 ci sarebbe stata una liberazione pacifica del Tibet sorvolando sulla  breve ma coraggiosa resistenza delle  forze tibetane e sulla lunga ed inesausta resistenza della popolazione. Secondo la stampa cinese da  allora milioni di servi della gleba tibetani si sono alzati  in piedi ed sono diventati padroni del loro destino, iniziando  una nuova era di prosperità e di sviluppo nella regione: da quella  svolta epocale il Tibet ha gettato via il giogo dell’imperialismo e iniziato il corso storico di riforma democratica, l’autonomia, la costruzione socialista, passando dal buio alla luce, dall’arretratezza al progresso, dalla dittatura alla democrazia, dalla povertà alla ricchezza, da una società chiusa verso una società aperta. Il Tibet sarebbe  quindi oggi nel migliore periodo di sviluppo in termini di crescita economica, sviluppo sociale, cultura, mezzi di sussistenza, unità nazionale e armonia religiosa.  Si sorvola sulle agitazioni nazionalistiche che periodicamente esplodono, sulla sostanziale cancellazione di uno stile di vita, di una cultura  secolare.

In realtà però effettivamente il Tibet ha visto cambiamenti senza precedenti negli ultimi 60 anni, a cominciare dalla sparizione di una sorta di servitù della gleba nella quale erano soggetti la grande maggioranza della popolazione.
Autostrade, aeroporti e ferrovie sono stati costruite e i livelli di vita delle persone sono migliorate al di laàdi ogni aspettativa. La produzione e il reddito medio personale sono  aumentati decine di volte.

Sotto la direzione del Partito Comunista il percorso di sviluppo del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”  ha raggiunto risultati imponenti come in tutto il resto della  Cina. Tuttavia  lo sviluppo è soprattutto opera dei cinesi che sono stati incoraggiati in ogni modo a trasferirsi nella  regione e che sono ormai diventati la maggioranza della popolazione relegando i tibetani a costituire una minoranza nel loro stesso paese.
In effetti anche  la cultura tibetana viene sostanzialmente rispettata e tutelata: però anche  se nessuno vieta ai tibetani di seguire le proprie pratiche tradizionali nei fatti questi diventano sempre più marginali perche non funzionali alla  modernità efficientistica importata dei cinesi in Tibet. Si rischia che la cultura tibetana diventi  sempre più un richiamo turistico   per quelli che vogliono vedere  come “i tibetani si dedicavano alla meditazione”.

Ma questo è un processo che riguarda non solo il remoto Tibet ma tutto mondo moderno in cui antiche e illustri culture spariscono sotto la spinta  irresistibile del progresso economico.

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Nella foto: suggestivo spettacolo  pirotecnico a Lhasa per l’anniversario della “liberazione”.

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