Libia: quali prospettive? 

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I ribelli marciano verso Sirte, la città di natale di Gheddafi, incontrando una resistenza accanita e indomita. Ma  comunque avanzano, avvicinandosi sempre di più, espugnando uno alla  volta una i capisaldi di accesso  con l’aiuto dell’aviazione NATO. Nessun dubbio che anche Sirte cadrà: questione di  giorni se non di ore: ma i problemi che si presentano sono altri.

Conquistare la capitale e i centri di potere non significa di per sé controllare un paese come  le tragiche  esperienza dell’Afganistan e dell’Iraq  hanno ampiamente mostrato. Come  in quei paesi, anche in Libia potrebbe radicarsi  una guerra civile che potrebbe  andare avanti per decenni. Nessuno in questo momento è in grado di prevedere quello che potrà  avvenire: vediamo  gli elementi da considerare.

La rivolta contro il colonnello che per oltre 40 anni ha governato la Libia è esplosa come una estensione di quelle  divampate ad oriente e ad occidente in Tunisia e in Egitto. Ma in Libia la situazione socio  politica era  molto diversa  dai due  paesi  confinanti (vedi  Specificità della Libia). La rivolta ebbe immediatamente successo a Bengasi ma non a Tripoli dove, dopo un momento di incertezza, Gheddafi riuscì a riunire i suoi sostenitori e riprendere in pieno il controllo della situazione. Le due  città principali, Bengasi e Tripoli, apparivano ambedue paradossalmente tranquille, l’una nelle mani dei ribelli l’altra  del governo di Gheddafi. A questo punto al carattere di  “primavera araba” (come in Tunisia  e Egitto) in Libia  si sovrapponeva un problema etnico di lotta fra le tribù della Cirenaica (Bengasi ) e quelle della  Tripolitania. Si aggiungeva poi che a Bengasi rinasceva il tricolore dei Senussi, antica confraternita religiosa il cui capo era stato il sovrano di Libia detronizzato da Gheddafi, allora a capo di giovani ufficiali seguaci di Nasser, laici e socialisti.  La rivolta pareva quindi avere tre aspetti diversi  e in contrasto: una di “primavera araba”  moderna e democratica come in Egitto, una etnica delle  diverse tribù  e una ancora religiosa fra Senussi  in contrasto con il tradizionale laicismo (non irreligiosità) del regimi nazionalisti arabi.

Le forze di Gheddafi, meglio armate e organizzate, stavano per riconquistare  Bengasi e soffocare la rivolta nel sangue ma intervennero le forze aeree della NATO su impulso soprattutto della Francia. Da allora le operazioni militari si sono trascinate con un lentissimo avanzare  delle  forze della rivolta. All’improvviso poi vi è stata una accelerazione  e in poche settimane i ribelli sono avanzati su Tripoli conquistandola senza troppo difficoltà mentre il regime collassava rapidamente dal suo interno  Non è ancora ben chiaro quale sia stato il peso dell’intervento NATO  nella vittoria finale degli insorti : se si è trattato semplicemente di un aiuto sia pur decisivo  oppure della vera artefice della vittoria.

Se questa è la situazione quali le prospettive? Corrono voci di trattative con Gheddafi: appare però molto difficile che effettivamente esse possano avere una qualche consistenza, ormai si è fuori tempo massimo: Gheddafi potrebbe solo trattare la sue resa ma non si vede perché dovrebbe farlo anche se la singolarità del personaggio rende sempre imprevedibile ogni sua mossa. Prima o dopo Gheddafi potrà essere preso o ucciso ma questo non metterebbe  fine necessariamente alla guerra civile. Una parte dei suoi sostenitori o delle  tribù e clan  fedeli potrebbero continuare con  azioni di guerriglia  e terrorismo che potrebbero  andare avanti all’infinito come spesso avviene nei paesi arabi  che  non hanno una unita etnica culturale ma formati  da gruppi  tradizionalmente avversari sempre in precario equilibrio. Si ricordi che  la Libia come stato  unitario è stata una invenzione degli italiani che riunirono alcune province  dell’allora impero turco. Sarebbe insomma un secondo Afganistan, la più tragica delle prospettive.

Nell’ambito del governo provvisorio pare che si notino tre direttive principali  anche se in realtà nessuno sa cosa si nasconde sotto la facciata accattivante che  ha attirato l’aiuto occidentale. Una prima tendenza sarebbe  quella democratica e modernista di studenti e intellettuali: tuttavia  non pare che avrebbe  molto seguito nel paese, data la sua generale arretratezza. Una seconda tendenza sarebbe impersonata dai Senussi, la antica confraternita islamica diffusa in tutto il mondo arabo (vedi: I Senussi di Libia ) ma poi ristretta in sostanza alla  Cirenaica dove animò la resistenza contro gli  Italiani negli anni ‘30: in verità pure essendo molto fervida non  pare avere pero i caratteri del fanatismo fondamentalista  islamico che ha animato al Qaeda.  Una terza componente è formata in realtà dagli ex collaboratori di Gheddafi, da persone cioè che hanno collaborato per una vita intera con Gheddafi e poi lo hanno abbandonato  per motivi etnici, ideologici o interessi personali: chi può saperlo. Al momento pare che siano questi ad avere la competenza  necessaria  per guidare effettivamente il paese. Quello che si prospetta è insomma un regime alla Gheddafi senza pero gli eccessi e le follie di Gheddafi. Può darsi che in questo modo si metta in moto un processo di democratizzazione e di modernizzazione e può darsi di no: ma questo è ciò che avviane  anche in Egitto e in Tunisia dove per il momento governano i  collaboratori dei rais deposti.

Salutare gli avvenimenti della Libia come un trionfo della democrazia ci pare prematuro: la democrazia  è un processo lungo difficile e incerto

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Foto da Reuters: il cartello indica  km 19 per Tripoli e 1090 per Bengasi

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