Donne in Tv

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Il sogno di una notte di fine estate è divenuto realtà: ha 18 anni, è calabrese ed è la più bella d’Italia. Ha una simpatica fossetta e ha conquistato i pubblico italiano con la sua simpatia e determinazione. Nessuna lacrima come copione vuole. Ha caratteri mediterranei, è spontanea, alta 1.80 , con gambe chilometriche, e tanta voglia di cantare e far del cinema. Sta frequentando l’ultimo anno del liceo scientifico. Per il momento intende finire la scuola.  In alternativa, sta valutando l’ipotesi di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza.

L’estate sta finendo, inesorabilmente vanno in onda gli ultimi appuntamenti televisivi che segnano il cambio stagione, l’elezione di Miss Italia 2011 , storico programma di Rai 1 , anche quest’anno non sfugge a questo dato di fatto, un’edizione normale che sa di stantio, con tanto di presentazione delle miss, sfilate e  dichiarazioni  snocciolate come  ferree convinzioni, una è vegetariana, una si è salvata dal terremoto, una insegna catechismo, una ha due figlie, una è operatrice ecologica volontaria e una “la salute prima di tutto”. Come sempre il pubblico si divide tra coloro che lo ritengono un concorso inutile e mortificante e coloro che non ci vedono niente di male. Non  giunge inattesa dunque l’affermazione della neoeletta  Stefania quando dice di aver partecipato alle selezioni quasi per gioco. Un gioco che diventa serio, se incarna le aspettative della moderna società, un gioco che le cambierà la vita.  Ma a quale modello di vita ci stiamo riferendo? In  un mondo in cui le donne non hanno più come massima aspirazione trovare un marito o lavoro da modella. In un’Italia sull’orlo del fallimento, con una televisione che si dibatte nel dilemma qualitativo o quantitativo sempre più pressata da format televisivi privi di originalità, apparentemente sicuri del fatto le donne non sono merce da esibire e non devono considerarsi tali. Ci si chiede anche se questi concorsi abbiano ancora senso?

La risposta la possiamo trovare nel libro di Daniela Brancati, dal titolo Occhi di maschio, il primo tentativo di storia della televisione dal punto di vista delle donne, scritto da una donna  che mette in evidenza una tv, dominata dallo sguardo maschile, che è stata ed è lo specchio dei desideri prevalenti dei maschi italiani. Desideri in principio palesi e dichiarabili, poi sempre più aggressivi e sfacciati.

Se si scrivesse la storia del ventesimo secolo, non si potrebbe tralasciare l’influenza della tv.  In televisione, nel passato, la donna era un’artista. Aveva dei meriti, delle qualità, delle capacità e per questo motivo lavorava.
Con il passare del tempo siamo arrivati a  generazioni di donne tutte giovani, sculettanti, con gambe, seno e ombelico in vista. Generazioni sempre in abito da sera e assolutamente irrilevanti, ma perché? Perché tutto ciò che si vede in tv filtra attraverso lo sguardo maschile: maschile è il genere che ne detiene saldamente il comando, maschile è il punto di vista che la tv esprime. C’è la valletta o comparsina di età compresa tra i 25 e 35 anni che deve affiancare il conduttore maschio di età compresa tra i 45-70 anni durante un programma di informazione, intrattenimento; c’è la velina-ornamento scosciata di età compresa tra i 18 e i 24 anni, che deve mostrare le grazie per alzare lo share. In più le donne comprese tra i 35 e 50 anni di età devono sottoporsi a interventi di chiururgia estetica se vogliono avere una visibilità. Donne che trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.

La storia della tv diventa perciò la storia di come lo sguardo maschile è cambiato nel corso di questi sessant’anni: ogni decennio è lo specchio di un’epoca secondo i desideri prevalenti dei maschi italiani.

Desideri coerenti in quanto specchio della morale e del costume correnti, e via via sempre più evidenti, in spregio a ciò che le donne sono diventate nel frattempo. Nell’era tecnologicamente più avanzata della storia umana,  la donna in tv è ancora corpo passivo, dove il suo aspetto intellettuale non conta, e dove è l’uomo ad avere il ruolo attivo. Una mentalità maschilista che destina tutti i suoi contenuti al pubblico maschile. Un ruolo talmente stereotipato da essere prestabilito come quello dell’apparire, nei salotti che trattano temi faziosi come gossip o moda.
Il tutto secondo un disegno di rivincita: far recedere le donne dalla loro presenza sociale, indurle a ritornare l’angelo del focolare e il conforto al riposo del guerriero. Quest’ottica riflette la cultura del nostro paese, dominata da un rappresentante che ha fatto di noi donne una merce di scambio, secondo l’equazione donna=sesso, trasformata in un riduttivo e mercantile “do ut des”, messe da parte socialmente, per rivestire ruoli di specchietti per le allodole, anche nella politica, dove non è richiesta professionalità ma avvenenza fisica.
Tutto ciò dà l’impressione che in Italia la nostra esistenza debba essere gestita dagli uomini o debba essere a loro accessoria.

Donne invisibili in tv e nella società. Questo è il messaggio prevalente, inequivocabile quanto inaccettabile.

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