Coldplay – “Mylo Xyloto”

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Indiscrezioni svelate con parsimonia. L’annuncio sibillino che potrebbe trattarsi dell’ultimo lavoro della band di Londra. Mistero sul significato del titolo, incomprensibile. Due singoli, di cui un ep, a fare da battistrada. Brani testati dal vivo durante i concerti. Anteprima di ben sette brani, uno al giorno a mo’ di countdown, nella settimana antecedente l’uscita ufficiale. Pubblicazione in esclusiva in Giappone, prima che nel resto del mondo.
Per promuovere il nuovo album “Mylo Xyloto” i Coldplay non hanno lesinato arguzie.
Semplice operazione di marketing? Tentativo di calamitare le attese, visti gli esiti ambiziosi ed incerti del precedente “Viva la vida”? Quale che sia la risposta, essa non dispensa dalla considerazione che questo quinto album sia un vero e proprio osservato speciale nella loro carriera. Il lavoro con cui giocarsi tutto. Quello della va o la spacca. Del grande balzo in avanti o del de profundis da intonare alla creatività di Chris Martin.

Nei tredici anni trascorsi dagli esordi, nonostante il debito nei confronti di Jeff Buckley e Radiohead, i Coldplay hanno avuto modo di barattare la freschezza di “Parachutes” con un suono che da “X & Y” in poi si è fatto sempre più simile a quello degli ultimi U2, per intenderci quelli di “All that you can’t leeave behind” e “How to dismantle an atomic bomb”, ovvero molto pop, iperprodotti, auto reverenziali, poco innovativi, con tanto di Brian Eno in cabina di regia a dirigere la clonazione.
“Mylo Xyloto”, purtroppo, non viene meno a tale indirizzo.

Le introduzioni strumentali ricordano pericolosamente l’intro di “City of blinding lights”. Su “Us against the world” Jonny Buckland gioca a fare The Edge. In “Major minus” (senza dubbio il pezzo migliore dell’album) provano a vedere come suonerebbe al giorno d’oggi una outtake da “October”.
Sin dalle prime battute il pedale dell’epicità viene premuto con decisione. La produzione è ancor più roboante e magniloquente che in passato (il che è tutto dire), ricca di effetti e sovra incisioni, con noncuranza degli eccessi.
I cambi di direzione, poi, sono improvvisi ed imprevedibili: dalle sonorità degli Arcade Fire (“Hurts like heaven”) si passa al pop melodico (“Paradise”), alla new wave (“Charlie Brown”), alle ballate acustiche (“Us against the world”, “U.f.o.”) all’ eurodance (“Princess of China” con tanto di Rihanna in veste di ospite a dare il colpo di grazia), e chi più ne ha più ne metta, tra synthpop e elettronica.
Si ha quasi l’impressione che i Coldplay cerchino in tutti i modi di affermare il proprio valore. Dimostrare di essere capaci di spaziare fra i generi. Far capire di essere al passo con i tempi. Di urlare a tutti che nel panorama rock mondiale loro sono fra i protagonisti indiscussi.
Spogliati i brani di ogni eccesso, però, ciò che rimane è il marchio di fabbrica tipico ed inconfondibile dei Coldplay (la voce evocativa di Martin, armonie semplici, le tastiere a tracciare le linee melodiche, la presenza discreta e mai protagonista della chitarra), tanto che il più delle volte si ha l’impressione del già ascoltato, dell’autocitazione, di una stancante prevedibilità.  Con in più l’aggravante, stavolta, di non avere in mano nemmeno il singolo da k.o., di una “Clocks” o una “Fix you” che facciano la differenza in un album la cui incomprensibilità del titolo rischia di esserne la chiave di lettura più logica.
Come se tutto ciò non bastasse, dalla scaletta è stato scioccamente escluso “Moving from Mars”, pubblicato solo come b-side digitale del singolo “Every teardrop is a waterfall”. Pezzo bellissimo e ricco di citazioni (in quattro minuti compie il miracolo di far convivere Pink Floyd, Radiohead ed  Elton John) che da solo eclissa il resto dell’album. Il che dimostra come i Coldplay, anche se non sanno operare scelte artistiche sensate, sono ancora capaci di scrivere grandi canzoni. Resta da capire se siano in grado di reggere la distanza dell’album o se si tratta di singoli episodi. Ai posteri l’ardua sentenza.

Per chi ne avvertisse l’esigenza, l’album esce anche in “limited pop-up edition”, contenente il cd, la versione in vinile 180 gr., un poster, un libro pop-up, adesivi ed altre amenità.

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L’album in una battuta: artefatto

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Coldplay
“Mylo Xyloto”
(Parlophone Emi)

Tracklist:

01. Mylo Xyloto
02. Hurts like Heaven
03. Paradise
04. Charlie Brown
05. Us against the world
06. M.M.I.X
07. Every teardrop is a waterfall
08. Major minus
09. U.F.O.
10. Princess Of China (feat. Rihanna)
11. Up in flames
12. A hopeful transmission
13. Don’t let it break your heart
14. Up with the birds


2 commenti

  1. Author

    N.d.a. – A causa di un lapsus, ad inizio articolo è stata erroneamente indicata quale città di origine della band Ofxord, in luogo di Londra.
    Scusandoci per la svista, invitiamo la redazione a correggere il toponimo errato. Grazie.

  2. Tutti sempre buoni a criticare e mai ad elogiare il coraggio di sperimentare in un epoca in cui tutto è piatto e tutto già sentito!

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