Abner Rossi: scrittore e poeta

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E’ difficile immaginare da dove iniziare a farti delle domande dato che la tua vita è stata, ed è, così intensa e diversificata…

…iniziamo da una curiosità: Abner Rossi è uno pseudonimo, perché hai fatto questa scelta e quando?

Abner Rossi è il mio nome d’arte depositato alla SIAE, il nome con il quale firmo il lavoro della mia attività di autore teatrale, di regista e di poeta. Non c’è un motivo preciso che ha determinato questa scelta, ma una somma di vari motivi magari piccoli ma che, appunto sommati insieme, hanno determinato questa scelta. Diciamo che ad un certo punto della mia vita ho sentito che non potevo affaticare il mio nome anagrafico, né la persona che lo porta, con altre giravolte e conversioni. Se devo essere sincero avevo anche il bisogno di creare un personaggio nuovo che mi fornisse una maggiore sensazione di libertà dalle mie origini. Il figlio di una coppia di operai difficilmente si concede di pensarsi e poi di essere un professionista dello scrivere e/o dello spettacolo. Rossi è comunque il cognome della mia nonna paterna, una stravagante persona capace di essere l’essere umano più libero ed anticonformista che io abbia conosciuto nella mia vita e Abner e la somma casuale e anagrammata delle iniziali dei nomi di alcune donne che hanno rappresentato qualcosa nella mia vita e che hanno contribuito in varia misura a farmi uomo.

Sei l’autore dei testi dell’ultimo spettacolo di Anna Maria Castelli, tua compagna di vita da molti anni, che ha debuttato lo scorso febbraio, quando e come hai iniziato questa attività di autore teatrale? Con chi?

Per precisione voglio sottolineare il fatto che io non scrivo per…Io scrivo spesso testi teatrali perché non sono capace di scrivere romanzi o racconti. Il mio pensiero prende la forma scritta solo dopo che io riesco a vederlo per immagini, cioè in forma teatrale. I miei personaggi vivono delle storie che io vedo come se loro le rappresentassero e vivessero realmente, dopodiché le metto “su carta” e sono già teatro. Credo che capiti questo ad ogni scrittore che è, prima di tutto, un autore. Apparentemente la differenza tra uno scrittore ed un autore è minima. In realtà è enorme: uno scrittore ha in mente una storia e la scrive, un autore la vede e la lascia sviluppare come una serie di immagini in movimento, nello stesso tempo la scrive o, come io ci tengo a dire, la mette su carta.

Nel caso del lavoro con Anna Maria Castelli che, bontà sua, è anche la mia compagna di vita da venticinque anni, io ho scritto dei testi per una donna che voleva dire ciò che pensa “senza peli sulla lingua” sull’imbarbarimento della nostra società e sui meccanismi arrugginiti e stantii con i quali si vivono oggi le relazioni umane. Avevo due immagini in mente, visto che volevo scrivere un lavoro di teatro-canzone: la prima la capacità scenica del personaggio Gaber e l’eleganza della critica sociale e politica “Gaberiana”, la seconda, la vitalità e la forza di Anna Maria Castelli come donna e come artista e la sua immensa capacità di mescolare la sua “napoletanità” ribelle, con delle doti di interprete raffinata e dotata che non hanno attualmente confronti. Alla fine, mettere tutto questo su carta è stato semplice.

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So che sei anche regista di teatro, parlaci dei lavori che hai diretto…

mi sono trovato spesso nella posizione di fare il regista come conseguenza del mio lavoro di autore o del ruolo che mi era stato affidato di insegnante di teatro. Un lavoro, quello di insegnante, per il quale, con tutta la modestia del caso, mi ritengo uno dei migliori in Europa. Ad oggi credo di aver fatto la regia di circa quaranta lavori teatrali. La metà di questi sono stati lavori miei, l’altra metà lavori del teatro classico come: Il berretto a sonagli e l’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, L’avaro di Molière e tanti altri. L’ultimo che ho diretto è stato un lavoro originale della poetessa Maria Gloria Grifoni che ho trascritto personalmente in forma teatrale e al quale ho dato il titolo di “Religioni Contro” nel quale ho avuto la soddisfazione di dirigere l’attore cinematografico Omero Antonutti, soprattutto famoso per “Padre Padrone” dei Fratelli Taviani.

In una delle tue “vite precedenti” hai fatto un’intensa attività politica ad alti livelli, mi hai anche accennato al tuo “periodo siciliano” e a Pio La Torre, al fatto che hai conosciuto Enrico Berlinguer, vuoi parlarcene in modo più approfondito?

E’ vero e non ho nessun pentimento nonostante quello che oggi si pensa della politica e dei politici come “casta”. Quel periodo della mia vita è stato così intenso che devo sintetizzare lasciando fuori molti particolari sostanziali che potrebbero spiegare come io fossi arrivato al Partito Comunista Italiano. Tra il 1973 e il 1981 ho fatto politica a livelli provinciali (Firenze) e nazionali nel PCI. Per un periodo ho lavorato in Sicilia (Federazione di Trapani) ed ho collaborato ad una campagna elettorale nell’area del Belice terremotato con Pio La Torre. Di lui ricordo le molte cose che ci siamo detti mentre raggiungevamo le aree dove eravamo impegnati e molte di queste erano idee e riflessioni in libertà che amo mantenere come ricordi privati che non ho raccontato nemmeno ai miei figli. Come ricordo pubblico amo soprattutto tornare con la memoria alla sua eleganza, alla sua sobrietà e alla sua determinazione indomabile. Già a quei tempi non tutti erano come Pio La Torre nemmeno in quel PCI siciliano di cui era segretario quell’Achille Occhetto che poi è diventato il Segretario generale nazionale. Enrico Berlinguer l’ho conosciuto prima a Firenze in occasione del comizio di chiusura del Festival nazionale dell’Unità (1975), occasione nella quale ebbi modo di accompagnarlo, insieme al figlio, in una visita in Santa Croce e poi a Palermo in occasione di un suo Comizio che io ebbi l’onore di introdurre. Poi l’ho incontrato diverse volte a Roma in quel palazzo che veniva chiamato “Le botteghe oscure” dal nome della via.

Sei anche un apprezzato psicologo, da cosa nasce questa tua passione?

La passione nasce dal desiderio di sapere come sono fatti gli uomini e come interagiscono tra loro, ma prima devo fare una precisazione sulla tua domanda: io ho fatto per molti anni una formazione molto importante come psicoterapeuta della Gestalt e come psicoterapeuta bioenergetico prima che in Italia vi fosse l’obbligo di essere iscritti ad un albo degli psicologi. Non essendomi mai iscritto a questo albo non ho mai svolto un’attività professionale e professionistica in questo campo. Ho però convertito la mia formazione in un metodo per insegnare teatro, attraverso l’attività corporea e la terapia gestaltica. Molti dicono con buoni risultati, sia per il teatro, sia per la consapevolezza delle persone che hanno deciso (poverette) di lavorare con me per imparare ad esprimersi meglio sulle scene. Se questo sia servito loro anche nella vita privata non posso essere io ad affermarlo.

E per concludere la descrizione di questo tuo multiforme ingegno ho avuto modo di apprezzare le tue poesie, che spero vengano presto raccolte in una silloge e pubblicate, parlaci anche di questa tua vena artistica.

Il mio primo libro di poesie (circa 60 delle 700 che ho nel cassetto), uscirà prima della fine di questo 2011. Confesso che mi è difficile parlare di questa mia vena artistica per il semplice motivo che, nel mio caso, poeta e poesia sono strumenti diversi che si incontrano e danno vita a qualcosa di scritto, piuttosto breve, ma terribilmente rappresentativo. Una mia poesia è una cosa che accade e non una cosa che si scrive. Mi spiego: una parola o una frase (mia o di altri) mi colpisce perché percepisco che è come una porta che si apre, quindi inizio a scrivere ed è come una pioggia che cade e che mi bagna. Le parole vanno al loro posto da sole e si scrivono, spesso mio malgrado o senza un mio consenso consapevole. Nessun miracolo e nessuna ispirazione, ma una specie di “prima nota” che si muove da una prima parola o da una frase e che da il via ad altre che si susseguono.

Mi capita spesso, rileggendo una mia poesia, di non riconoscerla come una mia creazione. E’ un po’ come una figlia o un figlio; noto le somiglianze, ma anche le enormi differenze fisiche, caratteriali e della personalità.

In fondo un poeta (ed io sono un poeta prolifico) non scrive centinaia di poesie diverse, ma solo infinite versioni della stessa. Non si trova a “parlare” di infiniti argomenti, ma parla dello stesso argomento in infiniti modi. Ma anche questa è una generalizzazione che non so se sia vera.

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