Idiotas di Dostoevskij al Petruzzelli di Bari

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Ieri sera il teatro Petruzzelli di Bari ha aperto la stagione di prosa del TeatroPubblico Pugliese, che orfano del suo teatro storico, il Piccinni, in restauro, ha distribuito la programmazione 2011-2012 in vari teatri di Bari.

La stagione è iniziata con uno spettacolo piuttosto impegnativo, una vera prova di forza anche per gli amanti del teatro: Idiotas, tratto dal romanzo L’idiota di Fedor Dostoevsky, quattro atti, per un totale di quasi sei ore di spettacolo, in lingua lituana, con i sovratitoli in italiano.

Certo, detta così spaventa un po’, eppure ieri sera abbiamo assistito ad una prosa magnifica, certamente non per tutti, ma ben fatta e coinvolgente.

Idiotas è stato presentato dal politeama Meno Fortas Theatre per la regia del lituano Eimuntas Nekrosius, traduzione lituana di Pranas Povilaitis; scenografia di Marius Nekrosius; costumi di Nadezda Gultiajeva; musiche di Faustas Latenas; luci di Dziugas Vakrinas, con Daumantas Ciunis, Salvijus Trepulis, Elzbieta Latenaite, Diana Gancevskaite, Margarita Ziemelyte, Vidas Petkevicius, Migle Polikeviciute, Vaidas Vilius, Vytautas Rumsas, Ausra Pukelyte, Vytautas Rumsas junior, Neringa Bulotaite, Tauras Cizas.

Un gruppo di attori straordinario che collabora ormai da anni con Nekrosius e con cui c’è un’intesa palpabile anche sul palcoscenico.

Dostoevskij di Nekrosius cattura completamente e trasporta lo spettatore sul palco con sé. Improvvisamente ci si trasforma in uno dei suoi personaggi e si sente crescere dentro la loro sofferenza e le loro passioni, in un turbinio di emozioni che, sicuramente, in lingua italiana sarebbero andate perse.

Ieri sera abbiamo assistito ad una vera e propria danza, accentuata dalla suggestione della lingua lituana, tra voci, corpi, musica e oggetti di scena, nulla era lasciato al caso, ogni elemento aveva un preciso motivo di essere, un significato puntuale, un obbiettivo emozionale mirato: tirare fuori l’anima dei personaggi, sviscerare la loro identità per dar vita sul palco al motivo conduttore de L’idiota: il bene e il male, allora, come oggi, come sempre, in perenne competizione fra loro.

Una porta compare in tutti e quattro gli atti della messa in scena a scandire il tempo e le apparizioni, a promettere rivelazioni e a negarle, mentre letti di ferro rappresentano i segni inquietanti della malattia e del tornare bambini.

In questo romanzo scritto tra il 1867 e il 1869, quello che Fëdor Michailovič Dostoevskij vuole rappresentare, è “un uomo positivamente buono”. In una lettera del 1867 indirizzata allo scrittore Apollon Nikolaevic Majkov, Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando:

“Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto”.

L’aggettivo buono, usato nella lettera, sembra che nell’originale russo fosse “prekrasnyi”, che indica lo splendore della bellezza.

Una bellezza interiore quella del puro principe Myskin, l’idiota del titolo, in contrapposizione al violento Rogozin così come al femminile emerge il contrasto tra la bella e discussa Nastasja e la dolce Aglaja.

Il principe Miskyn, creatura generosa e fiduciosa nel prossimo, ma accompagnata da una totale inesperienza di vita, rientra in Russia, dopo un lungo soggiorno in Svizzera, dove è stato in cura per molto tempo a causa di disturbi nervosi che lo hanno condotto all’idiozia. Durante il viaggio conoscerà il suo alter ego, Parfen Rogožin, giovane esuberante e violento, che gli narra il suo amore folle per la bella Nastasja Filippovna. A far da sfondo a questo binomio: promesse e tentativi di matrimonio, tradimenti virtuali e eredità fisicamente bruciate.

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