Il drago

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Grande successo per Il drago, la fiaba teatrale prodotta dal Teatro Stabile di Catania per gli spettatori di tutte le età. Una recita straordinaria aperta al pubblico è prevista per domenica 26 febbraio alle ore 18, a suggello delle rappresentazioni mattutine riservate alle scuole e frequentate da migliaia di studenti.

Il lavoro ruota intorno a temi profondamente etici, come l’amore per l’umanità e la difficile conquista della libertà: valori centrali della vita democratica, esaltati nell’allestimento dello Stabile affidato ad allestitori e interpreti di rilievo. Ezio Donato firma adattamento e regia, Dora Argento le scene e i costumi, Joe Schittino le musiche, Donatella Capraro le coreografie, Franco Buzzanca le luci. Nei ruoli principali Pippo Pattavina, Marcello Perracchio, Sergio Seminara.

La messinscena vede alla ribalta gli allievi che nel triennio 2008-2011 hanno conseguito il diploma alla Scuola d’Arte drammatica “Umberto Spadaro”, fiore all’occhiello dello Stabile etneo.             Lucia Fossi, Luca Iacono, Marina La Placa, Liliana Lo Furno, Alberto Mica, Viviana Militello, Nicola Notaro, Ramona Polizzi, Lucia Portale, Francesco Russo, Clio Scirà Saccà, Giorgia Sunseri e Irene Tetto sono – in ordine rigorosamente alfabetico – i tredici talenti, chiamati al primo approfondimento professionale previsto nell’ambito del quarto anno di perfezionamento, che li vedrà impegnati in altri progetti formativi all’interno delle produzioni dell’ente.
L’innovativa formula di avviamento al lavoro dei giovani attori – fortemente voluta da Giuseppe Dipasquale, nella doppia veste di direttore del Tsc e della sua prestigiosa Scuola – coniuga formazione professionale e approfondimenti didattici nei diversi generi teatrali. Assieme ai diplomati intenti al perfezionamento, agiranno appunto beniamini del pubblico come Pattavina e Perracchio, che faranno da padrini ai giovani in questa esperienza, primo collaudo del corso di studi compiuto alla “Umberto Spadaro” con qualificati docenti e il coordinamento dello stesso Ezio Donato.
Scritta nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, dal drammaturgo russo Evgenij Schwarz (1896-1958), Il drago è una fiaba teatrale per tutte le età, concepita quale chiaro atto di accusa contro il nazismo che era riuscito a sottomettere l’Europa, senza che i suoi cittadini fossero stati in grado di ribellarsi. A guerra conclusa, la censura sovietica ne proibì la rappresentazione a Mosca, forse temendo potesse alludere anche alla dittatura stalinista.
Per questo fondamentale messaggio etico e civile, accanto alle recite aperte al pubblico, la programmazione dello spettacolo prevede un ciclo di rappresentazioni riservate alle scuole, confermando la specifica attenzione dello Stabile nei confronti dei giovani e dei giovanissimi.
«La morale è chiarissima: quando una collettività, per ignavia o per paura, delega il governo ad un unico potere, le forze del male finiscono col vincere sul bene e nessuno potrà più chiedere giustizia», spiega Ezio Donato, esperto di letteratura e drammaturgia per ragazzi.

In una città immaginaria, che sulla scena sarà ambientata dentro un quadro di Marc Chagall, da più di quattrocento anni impera un drago. Ha imposto un tributo alla città. Una specie di racket, un “pizzo”, una tangente. Come avviene per la mafia e per tutta la criminalità organizzata, in cambio della protezione da ogni forma di delinquenza e dall’arrivo di altri possibili “draghi”, i cittadini pagano annualmente il tiranno con mille vacche, duemila pecore, cinquemila galline, mezzo quintale mensile di sale, dieci orti di insalata, asparagi e cavolfiori. Il drago sceglie, inoltre, ogni anno una ragazza che i cittadini gli consegnano per poi non rivederla mai più.
Un bel giorno arriva Lancillotto, nemico giurato di tutti i draghi del mondo. Vuole liberare la città. Portare la democrazia in un paese dove regna l’oppressione del feroce tiranno, che in nome della pace sociale tiene in soggezione il popolo e lo sfrutta. Ma nessuno vuole essere liberato. Persino la figlia del segretario comunale, destinata quell’anno ad essere sacrificata al drago, è rassegnata a morire per il bene del paese. Lancillotto tenta di dissuaderla, e se ne innamora ricambiato. Adesso il cavaliere ha qualcuno da difendere. Sfida il drago e lo uccide combattendo. La città sembra essere liberata. Senonché il Sindaco, prima al servizio del drago, ripresi ora tutti i suoi poteri, continua a tenere in soggezione i cittadini, ma in forma più sottile e subdola. A ribellarsi è solo la ragazza. Lancillotto allora capisce che la libertà deve essere conquistata consapevolmente, che la vera lotta deve nascere da una volontà collettiva di liberarsi dal male; deve essere combattuta con le proprie forze e attraverso un lungo ma più efficace processo di riscatto, determinato dall’educazione e dalla cultura.
Una battuta del testo sintetizza il significato profondo della storia: «Pensa che sia facile amare gli uomini?»
Sono parole che ci stimolano a comprendere che il “drago” è intorno a ciascuno di noi; forse vive nella casa accanto … o addirittura, se guardiamo con più attenzione, il male è dentro noi stessi. Riconoscerlo, combatterlo, come fa il prode Lancillotto nel suo ostinato amore per l’umanità, induce ad un umanesimo che diventa ai nostri giorni una prospettiva sempre più necessaria.

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